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Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?

Straniero in patria. Il paradosso dell’immigrato

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Partha Banerjee è nato in India e adesso vive con la sua famiglia a Brooklyn. Qualche giorno fa ha scritto al una lettera al NY Times nella quale descrive il senso di estraniamento della sua condizione di immigrato di prima generazione: “Quando sono arrivato qui” – scrive riassumendo Partha – “non conoscevo nulla dell’America. Adesso il mio paese d’origine è talmente cambiato che non lo riconosco più e non credo potrei tornarci a vivere”. E conclude definendo questo spaesamento per quello che è: il paradosso dell’immigrato.

Written by Gianni Silei

domenica, 30 novembre 2008 a 10:54 am

5 Risposte

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  1. Il paradosso dell’immigrato lo sento sulla mia pelle in prima persona. Ho lasciato l’italia tre anni fa e ora la trovo irriconoscibile e invivibile. Non che prima fosse meravigliosa ma ora è uno dei peggiori posti in cui vorrei andare a vivere.

    fabristol

    domenica, 30 novembre 2008 at 1:53 pm

  2. C’e’ un aspetto che secondo me Partha Banerjee sottovaluta nella sua lettera, ed e’ quanto la nazione che ospita cambia, anche grazie all’influsso degli immigrati (lo sottolineava gia’ John Fitzerald Kennedy nella sua Nation of Immigrants) rendendo ancora piu’ bello lo stare nella propria nuova patria!
    Tra la vecchia, che si allontana sempre piu’, e la nuova che gradualmente ti impara a conoscere e ti apre le braccia la scelta diventa abbastanza naturale: il fatto stesso che alla fine si chiami paradosso dell’immigrante (anziche’ paradosso dell’emigrante) e’ rivelatore.

    homoeuropeus

    domenica, 30 novembre 2008 at 3:10 pm

  3. Gentile Tau, (ma scusami come ti chiami?)
    ho visionato un po’ il tuo blog, è interessante, ci ritornerò volentieri; a te il mio invito a visionare il mio. te ne sarò grata; se poi vorrai lasciare un commento, anche un’acerrima critica, ti sarò grata ancor di più. anche a me piacciono i Beatles, a me piace cantare le canzoni dei Beatles in russo; io c’ho i testi delle canzoni in russo – le avevo acquistato quando nel 1989 mi trovavo in Russia e le cantavamo con le mie amiche ed amici russi – bei tempi… ciao

    Elena Cerkvenic

    domenica, 30 novembre 2008 at 4:23 pm

  4. @fabristol: intanto benritrovato (rientrato da Washington, suppongo!). Credo che un certo senso di estraniamento nasca naturalmente con il distacco. Quando si lascia un luogo, o una persona, a cui siamo legati si tende a idealizzarlo/a. Per cui quando la si ritrova, dopo qualche tempo, la realtà non coincide più con l’immagine o il ricordo che abbiamo coltivato standone lontani. Poi ci sono i casi in cui l’immaginazione conta ben poco e il distacco nasce perché davvero un paese è cambiato e in peggio. Esattamente quello che descrivi nel tuo commento. Spero però che tu cambi idea. Mai come adesso l’Italia ha bisogno di gente in gamba (oh, ora però non montarti la testa, d’accordo?).

    @homoeuropeus: Concordo. E’ un altro dei motivi per cui la patria di adozione, specie se ti accoglie in modo benevolo, contribuisce ad accrescere il senso di distacco (e dunque anche una visione più critica) della propria patria di provenienza.

    @Elena: Grazie delle belle parole (a proposito, mi chiamo Gianni). Verrò a trovarti molto volentieri… E per quanto riguarda i Fab-4, sarei davvero curioso di sentire le loro canzoni in russo, a cominciare da Back in the USSR!😉

    tauzero

    domenica, 30 novembre 2008 at 5:01 pm

  5. …Gianni, sai che di Back in the USSR c’ho il disco in vinile!… sai, in Russia non mi sono mai sentita una straniera… come puoi sentirti straniero se trovi amiche ed amici russi che amano le canzoni dei Beatles proprio come le ami tu??? e poi cantarle assieme unisce, non puoi sentirti straniero, no…

    Elena Cerkvenic

    domenica, 30 novembre 2008 at 5:44 pm


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