Tau Zero

Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?

Forse non è una catastrofe. E’ solo come a Caporetto

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piaveVorrei tornare sulla discussione sollevata ieri in margine ad alcune provocatorie dichiarazioni di Ken Livingston sul futuro del New Labour che avevo riportato in questo post.  Un pezzo che, in modo assolutamente inaspettato, è stato letteralmente preso d’assalto (e di ciò ringrazio tutti).

Un così enorme afflusso di contatti e di email per poche righe buttate pubblicate su uno spazio oggettivamente miserello come questo, mi hanno innanzitutto confermato (se mai ce ne fosse stato bisogno) l’assoluta attualità di un tema come quello della crisi della sinistra.

Ma ha significato anche qualcosa di molto più importante. E cioè che all’interno di quelle componenti sociali che si riconoscono, o vorrebbero riconoscersi, in una moderna forza di sinistra, in un soggetto che non sia né la riproposizione del passato né lo scimmiottamento di slogan o di modelli esterni, accanto allo scoramento e allo sconcerto, ci sia anche un senso di attesa. Una vera e propria “fame” di politica vera. Cioè di soluzioni concrete a problemi concreti.

E che questa aspirazione, confermata dalla partecipazione anche emotiva con cui sono state vissute le recenti elezioni negli Stati Uniti nel nostro paese, sia come “soffocata” da una dirigenza nazionale e locale, che nella sua maggioranza (le generalizzazioni sono sempre ingiuste), non mostra – forse perché non la possiede – l’autorevolezza e la reale volontà a fronteggiare le difficoltà del momento. A far sì – perdonatemi lo scimmiottamento – che “le cose cambino”.

Visto che il richiamo allo spirito rooseveltiano è inflazionato, da storico pedante voglio fare un altro esempio.

Cade quest’anno l’anniversario della fine della prima guerra mondiale. Una guerra inutile che l’Italia vinse a carissimo prezzo e dopo aver rischiato un drammatico tracollo.

Nell’ottobre del 1917, infatti, gli austriaci e i tedeschi sfondarono le linee italiane tra Plezzo e Tolmino, vicino al piccolo centro di Caporetto. Le difese italiane, colte di sorpresa, cedettero. Fu una disfatta che, com’è noto, rischiò di portare l’Italia ad una resa che fu evitata solo perché le ultime difese, allestite lungo il Piave, ressero. In quell’occasione, i vertici militari, che nei mesi precedenti avevano sfibrato le divisioni italiane  mandandole allo sbaraglio in ben undici, inutili e sanguinose offensive, non seppero fare di meglio che buttare la colpa sulle truppe al fronte. Altro che incapacità nelle strutture di comando! Come scrisse  nel suo rapporto il generale Cadorna, il crollo era avvenuto per “la mancata resistenza di reparti della Ieconda Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico”. La colpa, per farla breve, andò al soldato semplice. All’immaginario “fante Giuseppe” che, fino a quel momento, era stato in trincea tra i pidocchi e il fango a farsi sparare in testa dagli altrettanto poveri e malmessi fantaccini austriaci.

Nel 1919, uno storico inglese, George Macaulay Trevelyan, dedicò a Caporetto e alle sue cause uno scritto che fotografava alla perfezione la situazione e che, riletto oggi, contiene alcune suggestioni ancora valide per il presente. “Non il fatto che la ritirata avvenne richiede per me una spiegazione” – scriveva ad un certo punto Trevelyan con la sua prosa ottocentesca – “quanto il fatto che non avvenne prima, e che l’esercito e il popolo d’Italia si ripresero e ricostruirono il proprio ‘morale’ imponendo a se stessi una disciplina nuova e migliore”.

Prima ancora che i suoi capi, la guerra la vinsero il  povero “fante Giuseppe” e i suoi familiari sul fronte interno. Tornando al dilemma iniziale, la questione sembrerebbe stare in questi termini: la truppa ci sarebbe. Forse mancano i generali.

P.S.
Dimenticavo. Per chi fosse interessato, il libro di Trevelyan dove fu pubblicato il pezzo su Caporetto (Scene della guerra d’Italia) fu pubblicato da Zanichelli nel 1919. La parte a cui mi riferisco si trova

P.S.
Ah, per chi avesse voglia di andarselo a leggere, lo scritto di Trevelyan su Caporetto fu pubblicato in Italia nel libro Scene della guerra d’Italia, ed è stato ripubblicato varie volte, ad esempio nel secondo volume dell’Italia Giudicata di Ernesto Ragionieri.

Written by Gianni Silei

venerdì, 28 novembre 2008 a 11:54 am

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