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Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?

L’epoca in cui il crimine aumentò. E non era vero

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arrestMolte insicurezze collettive, paure e allarmi sociali sono spesso il risultato dei modi con cui l’opinione pubblica viene informata su un determinato problema o avvenimento. Tralasciando gli Stati Uniti, dove esiste un’ampia letteratura in merito, il nesso tra media e percezione delle paure sociali è stato recentemente evidenziato, riguardo al caso italiano, nel Rapporto Sicurezza redatto da Demos e Osservatorio di Pavia su cui ci siamo soffermati più volte negli ultimi giorni.

Le cifre dell’indagine sembrano confermare il ruolo dei mezzi d’informazione nella costruzione degli allarmi sociali e nel creare stati emozionali, individuali e collettivi,  che non corrispondono a situazioni oggettive.

Restiamo agli eventi criminosi. La percezione che si ha di essi, influisce  sull’opinione pubblica assai più di qualunque dato statistico. Al punto che il senso di paura e di incertezza provato da determinati settori della società non è spesso correlato al numero dei delitti effettivamente compiuti. Questo per alcune concause, tra cui il meccanismo della “asimmetria negativa”, in base al quale si tende a dare più peso alle notizie cattive rispetto a quelle di segno opposto.

Quel che è interessante è il fatto che questa situazione, fatti i debiti distinguo, presenta notevoli similitudini con il clima di allarme sociale che si respirava nelle società occidentali tra Otto e Novecento .

Come si sa, la società tardo ottocentesca, permeata dello spirito positivistico e fiduciosa nel progresso delle scienze e della tecnica, nutriva una vera e propria venerazione nei confronti delle nascenti scienze statistiche.

Tra le innumerevoli ricerche, particolarmente nutrite furono quelle dedicate alla questione della criminalità. Dati quantitativi riguardanti i criminali furono infatti raccolti con sistematicità e commentati un po’ dappertutto. La maggioranza di questi studi pervenne alla conclusione che si stava vivendo in un’epoca di incremento pressoché generalizzato dei crimini.

Su questo punto si trovarono concordi autorevoli osservatori di impostazioni diverse: dai sociologi di scuola francese agli osservatori di matrice marxista, da quelli vicini ad un socialismo di impronta riformista e della scuola del “socialismo giuridico” (di cui Lombroso e Ferri furono ad esempio importanti esponenti) a quelli di ispirazione liberale o addirittura conservatrice.

Secondo l’interpretazione marxista classica, da Engels fino a Lafargue, la criminalità  aumentava in quanto rifletteva il peggioramento delle condizioni di vita dei ceti più deboli e dell’impoverimento della società provocata dal capitalismo. Per gli osservatori moderati o conservatori, e per molti giuristi, giudici e rappresentanti delle forze di polizia il fenomeno era provocato da motivazioni esattamente opposte: il crimine aumentava ma per la diffusione del vizio e dell’ignoranza tra le classi povere esoprattutto in conseguenza della diffusione della dottrina rivoluzionaria e della lotta di classe tra i ceti popolari e i diseredati.

Le soluzioni erano semplici: per i marxisti occorreva abbattere il capitalismo e stabilire l’eguaglianza sociale, per gli altri occorreva un ulteriore inasprimento delle pene e potenziare gli apparati repressivi a tutela dell’ordine pubblico, della incolumità fisica e del diritto di proprietà.

Ma era proprio vero che il crimine stava aumentando?

Pur in presenza di dati eterogenei e spesso di difficile comparazione, analisi più accurate delle statistiche criminali di questi anni compiuta da numerosi storici non hanno evidenziato livelli di criminalità tali da giustificare l’incremento di allarme sociale registrato in questo periodo. I dati relativi a Inghilterra, Francia e Germania, ad esempio, mettono semmai in evidenza una costante diminuzione dei crimini (tranne alcuni picchi in particolari momenti storici) a partire dagli anni Cinquanta dell’Ottocento. Quelli relativi agli Stati Uniti, sia pure viziati da una serie di incongruenze, sembrano andare nella stessa direzione. Per quanto riguarda l’Italia, poi, solo pochi reati crebbero lievemente, e comunque non in maniera significativa.

Anche tenendo conto dei limiti di una analisi esclusivamente quantitativa del fenomeno criminale (i delitti denunciati non corrispondono mai al numero effettivo dei delitti compiuti)  e delle evidenti dissonanze tra i dati reali e le analisi teoriche di criminologi ed esperti dell’epoca, l’interrogativo di fondo resta: perché nell’immaginario collettivo di fine Ottocento ed inizio Novecento si radicò l’idea che il crimine stesse dilagando?

Al di là dei profondi cambiamenti economici e sociali in atto in questo periodo, mutamenti che favorirono la diffusione in molti ceti sociali di un senso di estraniamento ed insicurezza individuale e collettiva, emergono anche altre possibili spiegazioni.

La prima: a fronte di una diminuzione dei delitti più gravi, il livello della criminalità minore rimase assai alto. Nella percezione comune, la criminalità predatoria – contro il patrimonio ma soprattutto contro la persona – risultava (così come oggi) particolarmente odiosa. Occorre poi considerare il nesso che si andò creando tra ambiente urbano degradato (i quartieri operai, popolari e malfamati), criminalità e disordine sociale. Anche se era in molti casi si trattava di pregiudizi e di posizioni preconcette l’idea che esistessero intere zone urbane degradate in cui regnava il caos e la violenza fu un ulteriore fattore che accrebbe il senso di insicurezza e di paura.

Un ruolo decisivo fu però svolto dalla stampa popolare. Dando ampio risalto ai delitti, “comunicando il rischio” con uno stile e un linguaggio che tendeva ad enfatizzare la carica emotiva nel lettore essa favorì una percezione sovente distorta degli eventi delittuosi.

Alla stampa si aggiunse la letteratura che dai feuilleton (i romanzi a puntate) fino ai primi romanzi polizieschi fece del criminale oggetto di un sentimento di attrazione-repulsione, instillando il brivido (e la paura) del crimine. In questo modo si andarono così definendo anche le prime  forme di rappresentazione e di “consumo” del delitto che, a loro volta, influenzarono fortemente la percezione sociale che si aveva di esso.

Su questo clima e sui toni allarmistici della stampa e della letteratura – quella che si rivolgeva ad un pubblico colto e soprattutto quella popolare, del romanzo a puntate e a basso prezzo, rivolta ad un pubblico popolare – che diffondevano e “volgarizzavano” per il grande pubblico quanto sostenuto nelle inchieste sul crimine, fecero leva coloro che, da posizioni e con motivazioni differenti, chiedevano l’inasprimento delle misure punitive. Angoscia e timori resero così accettabile anche alle masse la creazione di un capillare apparato di controllo e repressione sul territorio da parte delle autorità dello Stato attraverso le forze dell’ordine.

La fabbrica della paura stava affinando i suoi strumenti.

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