Tau Zero

Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?

La faccia feroce dell’età del divertimento

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di Claudio Siniscalchi
pubblicato su Libero il  19/11/08

63079_1911_p30_culcom_a049xx_f01L’anno 1900 si aprì sotto il segno della fiducia. Almeno per gli europei. L’Europa era il centro del mondo. E la città di Parigi il centro del centro del mondo. Per salutare alla sua maniera il nuovo secolo, la capitale francese per la primavera organizzò l’ennesima Esposizione Universale, tempio di innovazione scientifica, primato tecnologico, progresso economico. Dal 1870 non c’erano più state guerre sul territorio europeo. La vita sembrava scorrere felice e prosperità, cultura, ricerca artistica, educazione e divertimento sembravano inarrestabili. Eppure sappiamo che tutto ciò è un mito. Il mito della Belle Époque, duro a morire. Una delle tante bugie della storia.

Dietro quel mito arioso e luminoso come la pittura impressionista, si nascondeva invece una realtà molto più complessa. E dal volto oscuro. Neppure un quindicennio separa l’Esposizione Universale del 1900 dall’inferno della Grande Guerra. Un avvenimento scosse la pubblica opinione durante i festeggiamenti parigini. Il 20 giugno il diplomatico tedesco Clemens von Ketteler venne ucciso in pieno centro a Pechino. La notizia in Europa ci mise un po’ ad arrivare. Ma ai primi di luglio i giornali cominciarono a dare grande risalto all’avvenimento, con commenti raccapriccianti: al diplomatico erano stati persino cavati gli occhi. Iniziava così la rivolta dei Boxer, poi domata dai militari europei. Di pari passo nasceva anche il pericolo e la paura dei “selvaggi gialli”. Stampa, letteratura popolare e film di finzione alimentarono il pericolo: come potevano esistere ancora selvaggi in un mondo così evoluto?

Il pericolo “giallo”

Da questa premessa parte lo studio dello storico Gianni Silei, Le radici dell’incertezza. Storia della paura tra Otto e Novecento (Lacaita, pp. 439, euro 20). Il lavoro di Silei è davvero originale, perché utilizza la letteratura come fonte privilegiata per addentrarsi nelle paure che accompagnarono l’Europa verso la catastrofe. Si è già detto del “pericolo giallo” scatenato dalla rivolta dei Boxer, indipendentisti cinesi che volevano cacciare gli occupanti europei. Tale pericolo crebbe di intensità quando tra il 1904 e il 1905 la guerra russo-giapponese fu vinta dal Giappone. Ma come potevano gli orientali battere la Russia zarista? L’8 febbraio 1904 la flotta giapponese aveva attaccato a tradimento la base navale russa di Port Arthur. Solo dei selvaggi si comportavano così. I “gialli” non possedevano la tecnologia militare degli europei. Ma erano un numero sterminato. In un romanzo di fantascienza di Herbert George Wells, La guerra nell’aria (1908), un personaggio dice: «Il pericolo giallo esiste davvero».

Le paure raccontate nei dettagli da Silei, con linguaggio chiaro, sono diverse. La sconfitta subìta dai francesi a opera dei tedeschi nel 1870 è una ferita che mantiene in vita l’odio contro la Germania, come dimostra un’opera non propriamente di propaganda come I 500 milioni della Bégum (1879) di Jules Verne. Quando Rudyard Kipling scriverà nel 1917 Spazzata e adorna sulle brutalità perpetrate dai tedeschi sui bambini dei Paesi invasi, non farà che richiamarsi a una tradizione anti-germanica mai sopita. Questo spiega l’entusiasmo, altrimenti incomprensibile, dei francesi allo scoppio della Grande Guerra di raggiungere il più rapidamente possibile Berlino.

La minaccia islamica

Se i francesi alimentano la paura dei tedeschi, gli inglesi invece scoprono nell’arabo una seria minaccia alla loro potenza coloniale. La caduta di Khartum (1883) e la morte del governatore inglese Gordon Pascià, furono uno choc per l’opinione pubblica britannica. Del pericolo islamico per l’Occidente e la cristianità scrisse Arthur Conan Doyle in La Tragedia del Korosko (1898), non distaccandosi tanto dalla tela di Eugène Delacroix “I fanatici di Tangeri” (1838), in cui una moltitudine di aggressivi soldati musulmani è ritratta sotto il vessillo verde dell’islam. Insomma, gli europei negli anni spensierati della Belle Époque avvertivano la netta sensazione di essere minacciati da nemici interni ed esterni: nemici della civiltà.

La Comune di Parigi del 1870 propagò la paura della rivoluzione. Il rivoluzionario che usa armi chimiche è al centro del racconto Il bacillo rubato (1895) di Wells. La paura della rivoluzione crebbe di intensità quando nel 1905, a causa della sconfitta russa in Corea, si verificarono i primi sommovimenti rivoltosi. E proprio in quell’anno, dalla Russia, presero a circolare I Protocolli dei Savi di Sion, falso documento comprovante un complotto ebraico per la conquista del mondo.

Pericolo giallo, tedesco, islamico, rivoluzionario, giudaico. Tanti pericoli si aggiravano nell’Europa a cavallo tra Otto e Novecento. E come dimenticare la paura della povertà descritta da Charles Dickens in Oliver Twist (1837-8) o da Jack London ne Il popolo degli abissi (1903); la paura del ghetto come spazio oscuro del delitto, vivissima in Notre-Dame de Paris (1887) di Victor Hugo; la paura del criminale di professione al centro delle introspezioni di Émile Zola in La bestia umana (1890) o di Arthur Conan Doyle con il suo protagonista detective Sherlock Holmes impegnato a risolvere complessi crimini. La realtà di Jack lo Squartatore si mescola alla finzione di Arsenio Lupin, Vidocq, o al feuilleton di Fantômas. Ma anche la paura della malattia di massa ebbe un’importanza determinante nel costruire la negatività dell’immaginario collettivo europeo. Thomas Mann in Morte a Venezia (1912), nella sua fase impolitica e decadente, mise al centro del romanzo l’epidemia di colera, notando come essa ha provocato «un certo rilassamento morale nelle classi inferiori, incoraggiando gli istinti vergognosi e antisociali».

Se a tutto ciò aggiungiamo l’attrazione per l’aldilà, lo spiritismo, i maghi e gli occultisti; il successo della letteratura di fantascienza e del racconto dell’orrore; la popolarità di eroi quali il dottor Jekyll, Dracula, Frankenstein; allora il quadro assume contorni ancora più inquietanti. Leggendo il bel saggio di Silei si capisce come il suicido dell’Europa tutto sia tranne che un accadimento imprevisto. La Belle Époque venne definita da un grande “storico della domenica”, Mario Silvestri, professore di Impianti nucleari al Politecnico di Milano, una supernova, una stella rara e luminosissima. Ma dentro di sé, quel sole potentissimo, aveva una carica di distruttività immensa. Ed esplose. Da quella esplosione salutata dal tripudio generale nel 1914, annunciata nella finzione da Wells in La guerra dei mondi (1898) o Robert Hugh Benson in Il padrone del mondo (1907), per l’Europa avrebbe preso avvio un declino inarrestabile sul piano materiale e morale.

Written by Gianni Silei

mercoledì, 19 novembre 2008 a 1:03 pm

Una Risposta

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  1. Veramente un articolo interessante. Si vede che Siniscalchi è un grande del giornalismo, perchè può scrive bene di tutto anche se si occupa di cinema e storia

    pietro

    mercoledì, 26 novembre 2008 at 4:39 pm


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