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Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?

Tutto è relativo, anche la povertà

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beer-beggar1La pubblicazione da parte dell’Istat delle statistiche sulla povertà relativa in Italia ha evidenziato come nel 2007 rientrino in questa categoria  l’11,1% delle famiglie residenti. In Italia, gli individui poveri sarebbero allora 7 milioni e 542 mila, pari al 12,8% dell’intera popolazione.

In realtà, la povertà, almeno nelle società più avanzate, è un fenomeno molto più difficile da quantificare di quanto si pensi. Poiché è una delle principali cause di esclusione sociale, la povertà viene combattuta con specifici provvedimenti di protezione sociale. Che, “costando” alla collettività e gravando sulle casse dello Stato, richiedono degli indicatori quanto più possibile precisi e standardizzati.

Qualcuno ricorderà ad esempio come già nel 2004 il confronto politico era ruotato proprio attorno alla questione della povertà degli italiani e se e come questa fosse diminuita o cresciuta sotto la gestione del governo di centro-destra. Lo scontro, che in realtà nascondeva (da una parte e dall’altra) motivazioni prevalentemente elettoralistiche più che di riforma del sistema di lotta contro l’esclusione sociale fu ulteriormente fomentato dalle differenze tra i dati diffusi allora sempre dall’Istat e quelli Eurispes. Per l’Istat i poveri erano diminuiti, mentre per l’Eurispes era avvenuto esattamente l’opposto.

Un po’ come nella storia del pollo di Trilussa, i dati  (e dunque le conclusioni che dalla loro lettura possono essere desunte) cambiano a seconda delle variabili considerate. L’indicatore generalmente preso in esame è quello della povertà relativa, che fa riferimento al cosiddetto International Standard of Poverty adottato dalla Commissione europea negli anni Ottanta.

In pratica, viene considerato povero un nucleo familiare di due persone il cui reddito (o spesa per i consumi) è inferiore o uguale alla spesa media pro capite del paese in cui vive. Per famiglie con un numero superiore di componenti sono poi approntate delle specifiche scale di equivalenza.

Privilegiando esclusivamente la cosiddetta “dimensione monetaria” (la spesa per consumi, appunto) l’indice di povertà relativa rischia tuttavia di indurre a conclusioni fuorvianti. Può infatti capitare – come scrive qui Fabristol – di “scoprirsi” poveri. Oppure può succedere che i poveri diminuiscano non tanto perché migliorino il proprio status, ma semplicemente perché le famiglie più ricche (che consumando di più influenzano maggiormente il dato dei consumi medi pro capite usati per il calcolo della povertà relativa) hanno speso di meno. Anche il costo e l’entità dei beni al consumo influisce naturalmente sul computo finale.

Per questi e altri motivi, dopo qualche anno dalla sua adozione, la stessa Commissione europea ha invitato a parlare di “esclusione sociale” anziché di povertà. Accanto alla “povertà relativa” si sono così affiancati anche altri indicatori, come quello della “povertà assoluta”, il cui livello viene calcolato in riferimento alla spesa per l’acquisto di un paniere di beni e servizi considerati essenziali.

Insomma, tutto è relativo. Anche la povertà.

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