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Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?

Belle Epoque della paura

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 Léon Spilliaert, Vertige (1908)

Léon Spilliaert, Vertige (1908)

Xenofobia, antisemitismo, pericolo giallo:
così nacque la sindrome dell’incertezza tra fine Ottocento e inizi del Novecento

di Valerio Castronovo

Se la paura ha accompagnato gli uomini dalla notte dei tempi è tuttavia un fatto che essa ha assunto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nella società occidentale ulteriori sembianze e dimensioni, al di là di quelle suscitate perennemente dal pericolo di calamità naturali, eventi bellici, epidemie, carestie, violenze efferate. Tant’è che in quel tornante è dato rintracciare anche i primi sintomi di due forme pervasive di angoscia e di insicurezza collettiva con cui oggi ci troviamo a che fare come quelle determinate su scala globale dalla diffusione del terrorismo politico e da devastanti crisi economiche.

C’è da chiedersi dunque perché mai, proprio durante quella che si usa definire come la Belle Époque, in quanto caratterizzata da una lunga fase pressoché ininterrotta di pacifica convivenza internazionale e da una sequela di progressi in ogni campo d’attività, siano spuntati i germi di nuove allarmanti apprensioni o si siano intensificate vieppiù quelle esistenti da tempo, al punto da dar luogo talvolta a certe manifestazioni paranoiche o isteriche.

A questi interrogativi ha cercato di dare una risposta Gianni Silei sulla base di un’indagine a tutto campo, densa di riferimenti altrettanto dettagliati che significativi alla cultura sociale e alla produzione letteraria, alla pubblicistica corrente e alle espressioni artistiche, nonché alla sensibilità e all’immaginario collettivo, di quel periodo. Furono infatti molteplici i versanti da cui vennero scaturendo e propagandandosi i virus di nuovi stati psicologici contrassegnati da una mistura traboccante di ansie, dilemmi e
inquietudini.

Come sappiamo, la paura dell’altro e del diverso è un sentimento istintivo che alberga nell’animo umano: senonché mai, come tra Otto e Novecento, si espresse in modo così esteso e assorbente.

Di fatto, con i primi afflussi di gente in cerca di lavoro nei Paesi europei più prosperi, si scatenò un’ondata di xenofobia che si trasformò in taluni casi in una vera e propria caccia all’uomo (come avvenne, per esempio, in Francia nel 1893 nei confronti di alcuni operai italiani massacrati ad Aigues-Mortes vicino a Marsiglia, per di più al canto della “Marsigliese” e con lo sventolio di una bandiera rossa). D’altra parte, in quegli stessi anni negli Stati Uniti più d’uno scrittore, predicando la fine dell’America anglosassone protestante e bianca per mano di moltitudini di immigrati cattolici, andò diffondendo i veleni di un pregiudizio duro ancora oggi a morire. Lo stesso si può dire, per una altro genere di ripulsa che, pur radicata da tanti secoli, conobbe in quel periodo una reviviscenza di tale portata da essere poi utilizzata dal totalitarismo nazista e da altri regimi autoritari, ossia l’antisemitismo. Fu infatti al volgere dell’Ottocento che incontrò larga udienza l’idea di un “complotto ebraico”, non più solo contro la Russia cristiana come sosteneva strumentalmente il governo zarista, ma contro l’intero Occidente per via dell’esistenza di una rete ebraica occulta all’assalto del potere economico mondiale.

Ai primi del Novecento risale poi, in coincidenza con la rivolta dei “Boxer” in Cina contro diplomatici e uomini d’affari occidentali la prospettiva di uno “scontro di civiltà”: in tal caso, con un Oriente altrettanto crudele che imperscrutabile. Di qui, l’ossessione di un “pericolo giallo” incombente che, mentre indusse alcuni commentatori inglesi a temere la perdita del primato economico e politico della Gran Bretagna nel mondo, e quelli americani a paventare che gli asiatici giungessero a “rubare il cervello ai bianchi” sopravanzandoli sul piano culturale, spinse il nostro Giovanni Pascoli a riesumare l’atavica paura di Gog e Magog, di un’orda selvaggia tendente ad affacciarsi da Oriente sulle città bianche “pronta a cibarsene come fossero pane”.

Tuttavia, anche all’interno delle mura di casa si finì per reinvenire dei nemici per anotonomasia, considerati tanto più temibili in quanto fautori di un ordine politico alternativo a quello vigente, o perché annidati in certi anfratti oscuri della società. Così, dopo la Comune di Parigi del 1871, la figura del rivoluzionario divenne tutt’uno con quella del criminale, perché non riconosceva la proprietà privata e le autorità costituite: mentre i miserabili che popolavano i quartieri cittadini più diseredati come l’East End di Londra vennero trattati alla stessa stregua dei selvaggi abitatori dei possedimenti coloniali, gente da tenere a freno e in riga, prim’ancora che da emancipare dalle sue condizioni di estrema indigenza.

Né questi furono gli unici stereotipi e preconcetti a suscitare reazioni improntate a paure cieche e inconsulte: basti pensare all’idea che la Terra fosse cava e perciò pronta da un momento all’altro a inghiottirci; o a quella, altrettanto apocalittica, che la cometa di Halley, precipitando, avrebbe prima o poi distrutto l’intero pianeta; o, ancora, al sospetto che la scienza fosse in procinto di creare un essere umano orrido come quello immaginato da Frankenstein.

Peraltro, se questi moti di panico ebbero riscontro nel sentire comune, ciò fu dovuto in misura rilevante all’impatto emotivo esercitato sia dalla stampa popolare, con le sue tecniche narrative eclatanti, sia da alcuni romanzi di larga tiratura che davano per innata la barbarie di alcune genti di altri continenti o che avevano per teatro il mondo dei suburbi malfamati delle principali città. Fra quest’ultimo genere di letteratura, una forte presa sul pubblico ebbero, per esempio, i “gialli” di Conan Doyle, in quanto facevano leva su un sentimento indistinto di repulsione-attrazione del lettore nei riguardi della figura del delinquente.

Quale veicolo e moltiplicatore di paure stesse comunque diventando la società di massa allora ai suoi convulsi esordi, l’aveva affermato tra i primi Gustave Le Bon con un saggio, Psicologia delle folle, comparso nel 1895, in cui aveva messo in evidenza come stessero facendo ingresso, nella mentalità e nel comportamento collettivo, anche l’irrazionale e l’inconscio.

Il Sole 24 Ore – Domenica – 2 Novembre 2008, n. 303, p. 40

Written by Gianni Silei

domenica, 2 novembre 2008 a 4:11 pm

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