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Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?

Paura, barbarie e scontri di civiltà

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Nei primi anni Novanta, Samuel Huntington fornì una propria visione dei profondi cambiamenti in atto negli equilibri internazionali e del loro possibile esito. In un noto articolo pubblicato su Foreign Affairs, poi confluito in un ben più corposo saggio, Huntington introdusse nel dibattito sul nuovo ordine mondiale il tema dello scontro delle civiltà.

Il precedente scenario ipotizzato da Fukuyama nel suo La fine della storia e l’ultimo uomo, lavoro tanto fortunato quanto dibattuto, poneva al centro della propria analisi elementi (l’ideologia, il mercato ecc.) che caratterizzavano uno specifico sistema, un “modello”, se vogliamo uno “stile di vita”: quello incarnato della società americana.

Dal canto suo, Huntington (re)introduceva nel dibattito una variabile diversa, più sfuggente: quella della civiltà. In poche parole, secondo Huntington lo scontro tra le civiltà, “mascherato” da conflitti a sfondo religioso, avrebbe rappresentato il tratto caratterizzante dei futuri scenari planetari. Uno scontro che sarebbe scoppiato inevitabilmente, di fronte alle incompatibilità culturali tra occidentali, ortodossi, islamici, induisti, cinesi, giapponesi, latino-americani, africani.

Parzialmente confluita, al pari di quella di Fukuyama, nei programmi dell’amministrazione repubblicana Bush e più volte richiamata per motivare alcune delle sue scelte di politica internazionale l’idea dei “blocchi di civiltà” contrapposti avrebbe avuto una straordinaria fortuna, radicandosi saldamente in molti settori della pubblica opinione occidentale, soprattutto di stampo conservatore.

L’“utopia liberal-capitalistica” (come l’ha definita Massimo L. Salvadori) di chi, come Fukuyama, pensava ad un mondo unidimensionale globalizzato attorno ai valori dell’americanismo è però stata sostanzialmente smentita nei fatti. Di fronte alle incertezze seguite al fallimento della strategia neoconservatrice statunitense (dall’Afghanistan all’Iraq passando per Guantanamo e la legislazione antiterrorismo dell’amministrazione Bush, fino alla recente crisi finanziaria), lo spettro dello scontro di civiltà evocato da Huntington ha assunto contorni ancor più inquietanti.

Nell’introdurre una raccolta dei suoi articoli pubblicati tra il 2006 e il 2008, Nicolas Baverez si sofferma proprio sui risvolti inquietanti di una mondializzazione che pare procedere a tentoni, addentrandosi in una terra sconosciuta e perciò infida. Baverez giunge significativamente a trattare di questi temi partendo da un precedente lavoro dal titolo significativo, La France qui tombe, nel quale aveva analizzato il senso di declino e di incertezza serpeggiante nel paese transalpino. Dopo aver trattato delle ragioni del declino della Francia, egli si interroga perciò sul declino dell’Occidente giunto, a suo avviso, ad un punto di svolta epocale. In parte riecheggiando alcune delle riflessioni sulla “fine dell’Impero” che Jacques Attali aveva inserito nella sua Breve storia del futuro (uscita per Fayard nel 2006), Baverez mette in relazione questo senso di estraniamento con la conclusione, concomitante, di svariati cicli storici di lungo periodo: “il ciclo del dominio assoluto sul mondo da parte dell’Occidente apertosi nel XVI secolo; il ciclo intellettuale dei Lumi. Inaugurato nel XVIII secolo” e “il ciclo economico di un capitalismo organizzato attorno al dominio di un centro”. L’umanità, è la tesi di Bavarez, sta muovendo i suoi primi passi nella terra incognita della storia universale, una fase non necessariamente negativa ma che tuttavia richiede a suo avviso notevoli sforzi, non ultimo quello di scongiurare gli effetti negativi di “passioni collettive regressive” quali – secondo lui – “il nazionalismo, il protezionismo o la xenofobia”.

Ed è proprio sulla percezione dell’altro come minaccia alla propria identità culturale che ruota l’analisi che Tzvetan Todorov conduce nel suo più recente lavoro intitolato La paura dei barbari. Alla ricerca di chiavi di lettura e di soluzioni adatte alla complessità dei problemi sollevati dai nuovi equilibri interni e internazionali in cui si muovono le società occidentali, Todorov parte proprio dall’analisi di Huntington e soprattutto dall’uso spesso strumentale che di questa è stato fatto. Con l’obiettivo di ribadire il carattere complesso, sfumato dei rapporti interculturali (“niente” – scrive citando Romain Gary – “è tutto bianco o tutto nero”) e dunque la necessità di abbandonare manicheismi o facili semplificazioni (“gli Americani non sopportano l’idea di un problema senza una soluzione”).

Todorov sceglie allora di descrivere il rapporto tra diverse identità collettive utilizzando i sentimenti. La sua disamina parte, per certi versi a contrario – dalla speranza, ovvero dalle aspettative di un equilibrio planetario più armonico, caratterizzato dal dialogo anziché dalla contrapposizione, emerse all’indomani del collasso dell’URSS. E dalla successiva, cocente disillusione provocata dall’emergere di nuovi conflitti, di instabilità, di tensioni e di violenze.

Le emozioni, in particolare la paura e il risentimento, categorie che Todorov mutua da un recente contributo di Dominique Moïsi, appaiono allora indicatori altrettanto utili, a suo parere, per cogliere i motivi di fondo del confronto-scontro tra occidente e Islam, un rapporto ormai radicatosi anche nell’immaginario collettivo in termini di contrapposizione tra “civiltà” e “barbarie”. La paura appare, secondo Todorov, il sentimento prevalente in quei paesi che costituiscono l’Occidente. È una paura che si indirizza verso i paesi “affamati” (Giappone ma soprattutto Cina, India, Brasile) dai quali l’Occidente teme un giorno di essere dominato economicamente. Ed è una paura che si indirizza verso i paesi del “risentimento”, cioè i paesi a maggioranza musulmana, ma anche di alcune aree dell’America Latina o dell’Asia, che provano un senso di umiliazione e di rivalsa nei confronti dei loro antichi dominatori e che per questi ultimi rappresentano l’incarnazione della violenza terroristica.

Quella di Todorov è una critica alle soluzioni semplificatorie (non a caso Al di là dei manicheismi è il titolo di uno dei capitoli conclusivi del libro) che sottendono alla concezione della “guerra tra mondi” e un rifiuto delle tentazioni di chiusura e separatezza che serpeggiano sia nella civiltà occidentale che in quella islamica.
Le civiltà, incontrandosi, non producono affatto, a suo parere degli choc. E se anche ciò fosse, questi choc riguardano semmai la sfera delle identità politiche più che quella delle identità culturali. Sia l’Occidente che l’Islam si trovano, secondo Todorov a un bivio ed è solo uscendo dal perverso dualismo delle rivalità e dello scontro, vincendo proprio quei sentimenti (paura e risentimento) che sembrano così radicati nelle rispettive società che va ricercata la via per una coesistenza pacifica.

Una divagazione, eppure significativa: nel 1948, Arnold J. Toynbee completò una sorta di affresco di lungo periodo della storia dell’occidente e dei suoi rapporti con le altre culture. Il libro, tradotto in italiano e pubblicato l’anno successivo, si intitolava Civiltà al paragone. La scelta non era casuale: le riflessioni di Toynbee sul passato erano, come spesso succede, dettate innanzitutto dall’esigenza di capire il presente. Un presente che, dopo la fine della guerra contro il nazifascismo, era ormai contraddistinto dalla contrapposizione tra “civiltà” diverse ed antagoniste, quella occidentale e quella sovietica. In evidente contrasto con quelle interpretazioni che guardavano alla Russia sovietica come a una civiltà “altra” e antagonista rispetto a quella cristiana-occidentale, Toynbee sosteneva invece l’esatto contrario. Al di là delle differenze ideologiche, l’occidente cristiano e la Russia bizantina (ancorché marxista) erano, a suo parere, sostanzialmente civiltà sorelle.

Relativizzando la guerra fredda proprio in uno dei momenti di massima contrapposizione tra i blocchi, Toynbee spostava l’attenzione al di là degli eventi contingenti e invitava a ragionare sulle incognite che si celavano dietro l’inevitabile – e nemmeno troppo lontano nel tempo – confronto con altre grandi civiltà: quella islamica, quella indù e quella cinese. Il decimo capitolo del libro aveva per titolo L’Islam, l’occidente e il futuro. Nella conclusione di quel decimo capitolo, egli metteva in guardia proprio dai rischi che l’occidente potesse in qualche modo risvegliare “lo spirito militante dell’Islam”. Non è allora un caso che il capitolo immediatamente successivo, forse quello centrale di tutto il suo lavoro, avesse un titolo significativo: Incontri fra le civiltà.

Incontro e non scontro, dunque. Le stesse conclusioni a cui Todorov giunge, sessant’anni dopo, esortando a uscire dalla logica civiltà-barbarie.

Nicolas Baverez, En route vers l’inconnu, Paris, Perrin 2008;
Tzvetan Todorov, La peur des barbares. Au-delà du choc des civilisations, Paris, Robert Laffont 2008;

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