Tau Zero

Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?

What’s Left?

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In tempi in cui a parlare di socialismo c’è rimasto Joe l’idraulico e i socialisti sono ormai accomunati ai popoli estinti, come gli Ittiti o i mitici abitanti di Atlantide o di Mu, Massimo L. Salvadori parla del malessere delle socialdemocrazie e della loro incapacità di elaborare risposte comuni alle grandi questioni del presente.

Com’è possibile che un movimento che, tra l’altro, ha contribuito a edificare quel welfare state su cui si è costruita la straordinaria crescita del secondo dopoguerra si mostri paralizzato e sfilacciato?

I motivi sono molteplici e sarebbe assai lungo elencarli, Quello che tuttavia si può notare è come questa mancanza di raccordo tra partiti che pure sono ancora accomunati dall’adesione ad un organismo glorioso, ancorché in declino, come l’Internazionale socialista, rappresenti la regola piuttosto che l’eccezione.

Gli esempi sono innumerevoli, anche senza scomodare scelte drammatiche ma ormai lontane come l’appoggio ai rispettivi governi nazionali che tutti i partiti socialisti (tranne poche eccezioni, tra cui quella dei socialisti italiani) votarono allo scoppio della prima guerra mondiale, decretando così la fine della Seconda Internazionale (fondata sulla base del principio della fratellanza tra i popoli nel 1889).

Salvadori insiste, giustamente, sul valore del 1989 – l’anno del crollo del muro di Berlino e quindi del comunismo sovietico – come anno della svolta – mancata – per le socialdemocrazie.

Peter Glotz, studioso ed esponente di spicco della socialdemocrazia tedesca, soleva ricordare come questa “sindrome da azzeramento” pervadesse in modo ciclico i partiti di ispirazione socialista riformista: “Quand’ero molto giovane” (Glotz era nato nel 1939) “il mio maestro Waldemar von Knoeringen mi indusse a organizzare a Monaco una serie di conferenze dal titolo “Che cosa resta del socialismo?“.

Nel 1992, Steven Lukes, intervenendo nel dibattito allora imperante sulle conseguenze ideologiche e programmatiche della dissoluzione dell’URSS sul movimento socialista, intitolò significativamente un suo breve scritto What’s Left. Ovvero “che cos’è la sinistra” ma anche “che cos’è rimasto”. All’inizio degli anni Novanta, David Miliband, all’epoca giovane studioso e consulente del Labour, nell’introdurre la raccolta degli atti di un convegno internazionale organizzato dall’Institute for Public Policy Research, scrisse significativamente che “se il comunismo è morto, nemmeno la socialdemocrazia tradizionale è troppo in forma”:

Le rivoluzioni dell’89 – continuava Miliband – segnavano la fine non solo di una sfida durata settant’anni nei confronti del capitalismo come sistema economico e della democrazia liberale come ordine politico, ma anche dell’ortodossia riformista dominante nella sinistra europea nordoccidentale

Oggi, a distanza di quindici anni da questo intervento, la situazione non pare affatto cambiata. Anzi. Le socialdemocrazie hanno ulteriormente accentuato le loro difficoltà. La sindrome da azzeramento continua, dunque. E non è una novità.

Del resto, come dicevano le parole di quel vecchio inno di rivolta? Du passé faisons table rase

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