Tau Zero

Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?

Mio Dio, questo coso parla!

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Tra i vari documenti conservati presso la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti ci sono le carte Alexander Graham Bell.

Tra queste, si trovano gli appunti con i resoconti degli esperimenti che Bell tenne tra il 1875 e il 1876.
In data 10 marzo 1876 vi si legge:

Il signor Watson si trovava in una stanza con l’apparecchio ricevitore. Ha posto a stretto contatto un orecchio su [di esso] e ha chiuso l’altro orecchio con la mano. Lo strumento trasmettitore era posto in un’altra stanza e le porte di entrambi i locali erano chiuse. Ho quindi pronunciato ad alta voce [sul trasmettitore] la seguente frase: ‘Signor Watson, venga qui. Voglio vederla’. Con mia grande gioia, Watson è arrivato dicendo che aveva sentito e compreso quello che avevo detto[1].

Questo il resoconto, scritto di pugno da Bell, della prima comunicazione telefonica ufficiale. Ufficiale, perché, come ben sappiamo, Bell non fu il primo ad inventare il telefono. Tralasciando la questione-Meucci, si può dire che l’invenzione del telefono – come molte altre – fu semmai il frutto della “mobilitazione di conoscenze scientifiche per il raggiungimento di un obiettivo tecnico”[2] che dettero – diciamo così – i loro frutti nel momento giusto, quando si verificarono le condizioni, tecniche, economiche e sociali per trovare un’applicazione su vasta scala.

Registrato all’Ufficio brevetti lo stesso giorno dell’apparecchio di Elisha Gray, il “telefono armonico” di Bell fu ampiamente pubblicizzato il 25 giugno 1876 durante la Centennial Exposition di Filadelfia. In quell’occasione, l’imperatore del Brasile, Pietro II, “Il Magnanimo”, ospite del presidente Grant all’inaugurazione, chiese e ottenne di assistere ad una dimostrazione pratica dell’apparecchio. Dom Pedro, scrisse un cronista benevolo, rimase stupefatto nell’udire la voce di Bell scaturire come per magia dall’apparecchio e pronunciare il celebre “essere o non essere” di Shakespeare: “Mio Dio” esclamò impressionato “questo coso parla!”.

Nella realtà, pare che le cose fossero andate diversamente: il collegamento funzionò – scrisse un testimone meno di parte – ma solo dopo “penosi aggiustamenti” e le parole uscirono assai disturbate dal trasmettitore liquido[3]. In ogni caso, la dimostrazione valse a Bell il primo premio e una fama destinata ben presto a diffondersi in tutto il mondo.

Sul momento, non furono pochi coloro che – per scetticismo o per interesse – accolsero con sospetto la notizia. Un sospetto, peraltro, che era stato alimentato da alcuni episodi di cronaca che avevano riportato i tentativi di alcuni malintenzionati di sfruttare in modo fraudolento la credulità pubblica proprio attraverso una tecnologia – quella della trasmissione della voce a distanza – ancora inesistente. Ad esempio, a Boston, nel 1865, cioè dieci anni prima dell’esperimento di Bell, un uomo era stato arrestato per truffa dopo aver raccolto fondi destinati alla creazione di una fantomatica azienda telefonica.

“Le persone bene informate” – scrissero i giornali nel riportare la notizia – “sanno che è impossibile trasmettere la voce umana attraverso un filo”. “E quand’anche così fosse” – chiosava l’articolista – “[la cosa] sarebbe del tutto priv[a] d’interesse”[4].

La maggioranza degli scettici era in effetti composta da coloro che condividevano proprio quest’ultima affermazione, ossia l’inutilità di una applicazione pratica di uno strumento come il telefono e dunque lo bollarono come una specie di “balocco scientifico” (scientific toy)[5]. Rifiutandosi di investire centomila dollari per la sua commercializzazione, William Orton, presidente della Western Union, cioè la principale compagnia telegrafica degli Stati Uniti, fu ancor più drastico:

il telefono, affermò, “può interessare i professori di elettricità e di acustica [ma] non ha alcun interesse pratico“. E concluse:  “è come se proponeste di mettere un telescopio in un altoforno o di appendere un pallone in una fabbrica di scarpe”[6].

Un giudizio – e una scelta, quella di non finanziare l’invenzione di Bell – che avrebbe pagato assai cara, visto che nel 1909 la compagnia fondata da Bell avrebbe assorbito proprio la Western Union[7].

Un balocco, un vezzo destinato a pochi esperti, ad appassionati eccentrici, quindi. Nella migliore delle ipotesi, si disse, il telefono avrebbe potuto tutt’al più facilitare e snellire le trasmissioni telegrafiche. Un altro dirigente della Western Union, Alfred Chandler, che era un tecnico, affermò ad esempio che il brevetto di Bell avrebbe rappresentato “la prima tappa verso l’eliminazione degli strumenti di manipolazione”: “Di qui a poco – disse – gli operatori trasmetteranno sui fili il suono della loro voce e si parleranno al posto di telegrafarsi”[8].

Il pregiudizio nei confronti del telefono fu per la verità molto più forte in Europa che negli Stati Uniti. Questo a causa delle inevitabili difficoltà tecnico-strutturali che ne accompagnarono la diffusione (inefficienze, guasti, costi di gestione e installazione) ma soprattutto dalla scarsa dimestichezza di quelli che oggi chiameremmo “gli utenti” circa il suo funzionamento. Una carenza di “educazione” totale –  vista l’assoluta novità del mezzo – che costringeva coloro che tenevano le dimostrazioni a spiegare anche gli aspetti che noi oggi considereremmo apparentemente più banali. Persino, per esempio, convincere coloro che non conoscevano l’inglese che l’apparecchio “parlava” anche la loro lingua[9].

Vi erano, insomma, svariati fattori che limitavano oggettivamente la diffusione del telefono. Nonostante ciò, l’eco dell’invenzione si sparse rapidamente anche per via dello sforzo, compiuto dallo stesso Bell e dai suoi collaboratori, di pubblicizzare l’apparecchio e di “educare” il pubblico (e dunque i potenziali utenti del servizio) al suo uso.

Lo strumento privilegiato cui si ricorse fu quello – tipico di fine Ottocento – del cosiddetto “teatro della scienza”. In pratica, si organizzarono in grandi luoghi pubblici delle riunioni il cui scopo era quello di pubblicizzare il telefono, esaltandone le potenzialità con dimostrazioni dal grande impatto emotivo. L’elenco di queste dimostrazioni è sterminato e testimonia dell’impegno in termini economici e delle capacità – manageriali e imprenditoriali oltre che scientifiche – di Bell e dunque l’assoluta modernità della sua figura.  Mezzi e doti, per inciso, di cui viceversa Meucci, per vari motivi, non disponeva[10].

A partire dall’autunno del 1876 Bell “esibì” – diciamo così – le potenzialità del suo strumento alla presenza di autorità, teste coronate ma anche e soprattutto di medici, avvocati, uomini d’affari e gente comune, ovvero a tutti i potenziali acquirenti del suo servizio.

Nel 1877, a Québec City, di fronte ad una platea composta in larga parte di autorità religiose, la linea telefonica trasmise le note di un famoso inno sacro. L’impressione fu tale che i presenti si alzarono tutti in piedi e cominciarono a cantare insieme all’apparecchio.

Il grande fisico e ingegnere William Thomson (Lord Kelvin), che era stato il presidente dell’Esposizione di Filadelfia, “riportò in Gran Bretagna due telefoni di Bell” e li mostrò ai membri dell’Associazione britannica per il progresso della scienza. Sempre nel 1877, una giornalista americana, assunta da Bell, presentò una Matinée Téléphonique in occasione dell’apertura del Parlamento. A Sidney e a Melbourne la notizia fu riportata con grande risalto dalla stampa specializzata e non, e così “anche gli australiani tentarono immediatamente di fabbricarsi dei telefoni”[11].

Bell tenne anche una dimostrazione personale per la regina Vittoria. L’episodio – naturalmente riportato su tutti gli organi di stampa – fu una ulteriore cassa di risonanza per la sua invenzione. Persino l’apparentemente imperdonabile gaffe protocollare commessa da Bell (nel corso della dimostrazione lo scienziato osò toccare il braccio della sovrana) si rivelò una pubblicità insperata. Al punto che la frase Reach Out and Touch Someone sarebbe diventata, qualche decennio dopo, uno degli slogan pubblicitari più noti e fortunati della compagnia fondata da Bell.

In Italia, per inciso, la prima telefonata fu effettuata a Milano il 30 dicembre 1877. Nell’esperimento dimostrativo si misero in comunicazione i locali della caserma dei vigili del fuoco di Palazzo Marino con la stazione degli omnibus di Porta Venezia. Il servizio stentò comunque a decollare e le prime concessioni sarebbero state accordate a società private solo a partire dal 1881.

Non mancarono neppure gli incidenti di percorso. Ancora nel 1877, in Canada, una folla di quasi cinquecento persone assiepatasi per assistere alla dimostrazione calpestò e staccò i fili del collegamento. Così, quando si cercò di prendere la linea, il telefono restò muto e la gente prese letteralmente d’assalto gli apparecchi gridando all’imbroglio[12].

Questa “spettacolarizzazione” della tecnologia del telefono sarebbe proseguita negli anni successivi culminando nell’invenzione di una telefonia a scopo di intrattenimento. Nel 1893 mettendo in pratica quanto Edward Bellamy aveva immaginato nel romanzo Uno sguardo dal 2000 (pubblicato nel 1888), l’ungherese Puskas, in collaborazione con Nikola Tesla creò a Budapest Telefon Hirmondo.

Telefon Hirmondo (che tradotto suona piò o meno come Notizie telefoniche) forniva agli abbonati una sorta di servizio di radiodiffusione attraverso la linea telefonica: notizie di cronaca, finanza, di sport, persino corsi di lingua[13]. Questi servizi, progressivamente abbandonati dopo l’invenzione e la diffusione della radio, resero se possibile ancor più conosciuto e “popolare” il telefono.

Il XIX secolo rappresentò – è stato scritto – “il trionfo dell’accettazione della scienza e della tecnologia [anzi per meglio dire della tecnoscienza, termine che le ricomprende entrambe] e delle loro ricadute” sulla vita quotidiana[14]. Tutti inneggiavano alla modernità: le élites intellettuali come la stampa popolare. In parte anche come effetto di quel processo che stava portando alla nascita e alla “costruzione” sociale della figura dell'”esperto”, il mondo dell’editoria dedicò una crescente attenzione alle collane di argomento tecnico e scientifico, anche di taglio divulgativo. Il fenomeno fu favorito, soprattutto nella cultura anglosassone, dalla tendenza da parte degli stessi “scienziati” ed esperti ad utilizzare nei loro scritti uno stilo piano ed accessibile, che ben si prestava ad essere compreso anche da chi non disponeva di conoscenze approfondite della materia trattata.

Le conquiste scientifiche e le relative applicazioni in ambito tecnologico assunsero perciò un risvolto affascinante ed accattivante anche per un pubblico di non specialisti. E, di conseguenza, gli artefici del progresso, gli scienziati, gli inventori, divennero figure estremamente popolari. Addirittura eroiche

La cosa non era certo nuova. Già da tempo la figura dello scienziato, dell’ingegnere e dell’inventore [il personaggio di Cyrus Smith dell’Isola misteriosa di Jules Verne che grazie alle sue conoscenze tecnico-scientifiche riesce a piegare ai suoi voleri le forze della natura] era stata trasfigurata ed esaltata dalla letteratura, popolare e non.

Ancor prima che Verne narrasse le avventure dell’ingegnere e dei suoi compagni sull’isola di Lincoln (L’isola misteriosa uscì per la prima volta nel 1874), la stampa popolare a basso costo americana e quella britannica avevano stampato centinaia di storie che raccontavano di mirabolanti imprese compiute da scienziati-eroi. Un’intera generazione di giovani cresceva leggendo avidamente le straordinarie avventure di personaggi direttamente ispirati a figure come Nikola Tesla o Thomas Edison. Quest’ultimo, in particolare, in quanto simbolo dell’età dell’elettricità divenne il protagonista di Eva Futura, romanzo a puntate di Villier de L’Isle-Adam pubblicato tra il 1885 e il 1886 [romanzo nel quale, tra l’altro, compare per la prima volta il termine androide].

Nel romanzo Edison alla conquista di Marte, una specie di seguito della Guerra dei mondi di Wells [scritto da Garrett Serviss nel 1898] Edison in persona salva addirittura la terra da una invasione aliena. Uno dei padri della fisica nucleare e premio Nobel per la chimica Ernest Rutherford fornì ad Arthur Conan Doyle l’ispirazione per il personaggio del professor Challenger. E così il burbero scienziato divenne il protagonista di un intero ciclo di romanzi e racconti tra cui il celeberrimo Il Mondo Perduto (La valle dei dinosauri) del 1912. Nel 1917 lo stesso Graham Bell, insieme a Marconi, Thomson e Carty, fu celebrato come uno dei Padroni dello Spazio in una raccolta di biografie romanzate dedicate ai grandi uomini che incarnavano il progresso tecnologico. L’elenco, da cui non sfugge neppure il già citato Lord Kelvin, potrebbe continuare a lungo.

Anche se di scarso valore artistico, questa produzione letteraria più tardi conosciuta emblematicamente con il nome di edisonate, evidenzia una visione “eroica” e “superomistica” dell’invenzione e dell’inventore (attenzione: il che non significa necessariamente che essa abbia una valenza positiva). Una visione che si radicò nell’immaginario collettivo ottocentesco e che poi sbocciò definitivamente nel corso del Novecento[15].

Ma lasciamo l’inventore e torniamo all’invenzione. Il telefono fu uno degli strumenti che più di altri contribuirono, come ha scritto Stephen Kern a cambiare la percezione del mondo tra Otto e Novecento[16].  Il telefono metteva infatti in contatto l’uomo con una dimensione nuova ed invisibile, una dimensione che più di un secolo dopo scrittori come William Gibson o Bruce Sterling avrebbero chiamato ciberspazio, ovvero “quel posto dove sembrano tenersi le conversazioni telefoniche”. Un luogo che non può dirsi situato fisicamente né all’interno dell’apparecchio telefonico che stiamo usando né in quello del nostro interlocutore, distante da noi. “Anche se non è esattamente reale, il ciberspazio esiste. È un “luogo non luogo” incorporeo ma reale al quale accediamo ogni volta che teniamo una conversazione telefonica e che a partire dagli anni Novanta del Novecento si è ulteriormente dilatato, assumendo ulteriori valenze, con la nascita del web e dell’èra digitale[17].

Proprio l’aspetto incorporeo della comunicazione telefonica colpì molto – almeno nell’immediato – l’immaginario di coloro che si avvicinarono per la prima volta al telefono.

Del resto, questa dimensione misterico-esoterica non era affatto in contraddizione con il mondo apparentemente permeato dal mito della scienza e del progresso tecnico-scientifico come quello Ottocentesco. Non è un caso, sempre per restare al telefono, che tra letture che Meucci fece mentre elaborava l’idea del suo apparecchio telefonico vi fossero alcuni scritti di Mesmer, il grande (e controverso) magnetizzatore-ipnotizzatore di fine Settecento.

Non è un caso, allora, che all’esposizione di Filadelfia, dopo che Bell ebbe parlato dentro il suo apparecchio, William Thomson restasse sbalordito nell’udire “la voce di un fantasma” uscire dal ricevitore. Il telefono dette davvero la sensazione di essere uno strumento in grado di avvicinare l’umanità al mondo dell’invisibile, a dimensioni nuove e ancora inesplorate.

Dimensioni ultraterrene?

Nel 1877, presentando ai lettori della Perseveranza l’invenzione di Bell, il professor Giuseppe Colombo tenne a precisare ai suoi lettori proprio alcune cose a proposito di spettri e telefonia:

Quando alcuni mesi or sono arrivarono d’America le prime notizie di un apparecchio capace di trasmettere a distanza, mediante un filo telegrafico, la voce umana, l’impressione immediata fu, per molti, che si trattasse di una di quelle grandi mistificazioni, delle quali si è avuto più di un esempio. La circostanza che la notizia veniva dalla patria dello spiritismo, degli Hume e dei [fratelli] Davenport [che erano alcuni dei più celebri medium dell’epoca] pareva giustificare, a prima vista, questo sentimento di diffidenza. Ma la testimonianza di persone note nella scienza e i particolari trasmessi da più parti dissiparono i dubbi[18].

Eppure, ancora a distanza di oltre vent’anni dal primo esperimento-dimostrazione di Bell, le reazioni di coloro che si avvicinavano al suo strano apparecchio erano ancora caratterizzate da un misto di stupore e timore reverenziale. Così scriveva uno dei tanti partecipanti ad una dimostrazione organizzata da una compagnia telefonica privata in un piccolo centro della California:

Posso ora affermare in tutta verità di aver parlato a un telefono. È stata un’esperienza interessante che mi ha fatto prendere ancor più coscienza che stiamo vivendo in un’era meravigliosa. Sebbene avessi già visto un telefono, prima di questa mattina non l’avevo mai provato. Sentivo la voce molto chiaramente sebbene chi parlava si trovasse a grande distanza da me. Era come sentire una voce da un altro mondo. Stavo parlando a una persona che si trovava lontana da me, ma che sentivo come se mi fosse stata accanto pur non potendola vedere[19].

Se si considera il tema immaginario collettivo-visione del progresso, questo continuo accostamento tra tecnologia e dimensione ultraterrena, una cosa che a noi oggi fa sorridere, non è affatto un aspetto secondario o folkloristico, se è vero com’è vero, come ha scritto Arthur C. Clarke che “qualunque tecnologia sufficientemente evoluta è indistinguibile dalla magia”[20].

Anche tralasciando i risvolti esoterici, il telefono restava comunque uno strumento che, opportunamente sviluppato, avrebbe potuto avere le più incredibili applicazioni future. Già nel 1879, il periodico satirico inglese Punch, pubblicò una vignetta che ritraeva un’anziana coppia seduta nel proprio salotto londinese impegnata in quella che oggi chiameremmo una “videoconferenza” con i figli residenti nella lontana isola di Ceylon. Il Telefonoscopio – si leggeva nella didascalia – trasmette l’immagine e la voce.

Nel 1883 Albert Robida, immaginò in un romanzo ambientato nel XX secolo che gli uomini del futuro comunicassero con un telefonoscopio (il nome era lo stesso). Poco tempo dopo gli fece eco uno dei maestri del roman scientifique, Camille Flammarion, che nel romanzo La fine del mondo scrive di un apparecchio, sempre denominato telefonoscopio, con il quale gli abitanti della terra dell’anno Tremila comunicano trasmettendo immagini, suoni e persino sensazioni olfattive[21].

Al di là dell’immaginazione letteraria, le perplessità iniziali verso il telefono svanirono ben presto proprio per le straordinarie ricadute sul piano pratico di questa nuova invenzione. Nel 1880, lo Scientific American scrisse che il telefono stava portando a “una nuova organizzazione della società”[22]. Sette anni dopo, Thomas Henry Huxley, il “mastino” dell’evoluzionismo darwiniano – all’epoca presidente della Royal Society di Londra – si aggiunse al coro di coloro che ne cantarono le lodi:

Sul piano dell’importanza pratica” – scrisse – “il telefono è secondo solo al telegrafo elettrico. Inventato, potremmo dire, appena l’altro ieri esso è già divenuto un apparecchio di uso quotidiano.[23].

Come detto, fu proprio questa caratteristica del telefono, quella di essere un apparecchio di uso quotidiano, immediato, utilizzabile praticamente senza intermediari a fugare le perplessità e le ritrosìe iniziali.

Il telefono si rivelò vincente come veicolo di comunicazione nell’ambito della dimensione pubblica, cioè nel campo dell’economia e delle finanza, dell’esercizio delle professioni liberali e della scienza medica e, ma questo molto più lentamente, dell’informazione. Fu però il suo uso nella dimensione privata, familiare a rappresentare il vero fattore di modernizzazione della società. Il telefono modificò i rapporti sociali. Le visite periodiche a parenti ed amici furono in parte sostituite dalle telefonate. In ambito familiare, l’uso del telefono fu spesso prerogativa della donna. Come strumento di gestione del ménage familiare ma anche come strumento di socializzazione. Nel bene e nel male, naturalmente. Al punto che vennero addirittura coniati dei neologismi: come il termine inglese “phoney”, fasullo, che nacque in riferimento ai contenuti ciarlieri e spesso fantasiosi, di molte conversazioni telefoniche private.

A partire dal primo Novecento, con la progressiva affermazione della “comunicazione familiare” finiva dunque anche l’epoca eroica del telefono.

Il telefono si avviava a diventare un oggetto familiare, sempre più presente (talvolta in modo invasivo) nell’uso quotidiano, fino alla sua diffusione di massa. Fino a diventare con l’avvento della telefonia mobile e l’introduzione di apparecchi sempre più avanzati tecnologicamente, come l’I-phone, uno status symbol o un oggetto di culto.  “Un tempio” come ha scritto James Ballard all’inizio degli anni Novanta “eretto alla disperata speranza che un giorno il mondo ci ascolti”.


[1] The Alexander Graham Bell Family Papers, Notebook by Alexander Graham Bell, from 1875 to 0, 1876 (Series: Subject File, Folder: Laboratory Notebook, 1875-1876), pp. 40-41. Il documento è consultabile in formato elettronico all’indirizzo < http://lcweb2.loc.gov/cgi-bin/ampage?collId=magbell&fileName=253/25300201/bellpage.db&recNum=21&gt;.

[2] Patrice Flichy, Storia della comunicazione moderna. Sfera pubblica e dimensione privata, Bologna, Baskerville 1994 [Une Histoire de la Communication Moderne. Espace public et vie privée, Paris, La Découverte 1991], p. 136.

[3] In particolare, fu il giornalista W. C. Barney, sulle colonne del “Telegraphic Journal and Electrical Review”, a ricostruire in toni tutt’altro che agiografici l’esito di quella dimostrazione.

[4] F. Jehl, Menlo Park Reminiscences, Michigan, Dearborn 1937 cit. in Patrice Flichy, Storia della comunicazione moderna, cit. p. 137.

[5] Herbert Laws Webb, The Development of the Telephone in Europe. With an Introduction by Harold Cox, London, Electrical Press Limited 1911, p. 13.

[6] Cit. in Patrice Flichy, Storia della comunicazione moderna, cit., nota 6, pp. 138-139.

[7] Cfr. Davide Borrelli (a cura di), Il filo dei discorsi. Teoria e storia sociale del telefono, Roma, Sossella 2000, p. 29.

[8] Ibidem, p. 138.

[9] Cfr. Claude S. Fischer, Storia sociale del telefono. America in linea 1876-1940, Torino, UTET 1994 [America Calling. A Social History of the Telephone to 1940, Berkeley-Los Angeles-Oxford, University of California Press 1992], p. 79.

[10] Sul “tecnico-imprenditore” cfr. Patrice Flichy, Storia della comunicazione moderna, cit., pp. 93-97.

[11] Asa Briggs, Peter Burke, Storia sociale dei media. Da Gutenbertg a Internet, Bologna, Il Mulino 2007 [A Social History of the Media. From Gutenberg to the Internet, Cambridge, Polity Press 20052],  pp. 172-173.

[12] Cit. in Claude S. Fischer, Storia sociale del telefono. cit., p. 78.

[13] Su questi aspetti cfr. Asa Briggs, Peter Burke, Storia sociale dei media, pp. 175-176.

[14] Remo Bodei, La filosofia del Novecento, Roma, Donzelli 1997, p. 27.

[15] Si veda ad esempio, Ralph C. Epstein, Industrial Invention: Heroic or Systematic?, in The Quarterly Journal of Economics, Vol. 40, No. 2 (Feb., 1926), pp. 232-272.

[16] Stephen Kern, Il tempo e lo spazio. La percezione del mondo tra Otto e Novecento, Bologna, Il Mulino 1995 [The Culture of Time and Space 1880-1918, Cambridge Mass., Harvard University Press 1983].

[17] Bruce Sterling, Giro di vite contro gli hacker. Legge e disordine sulla frontiera elettronica, Milano, Mondadori 2004 [The Hacker Crackdown. Law and Disorder on the Electronic Frontier, 1992].

[18] Cit. in Rivista di Giornali, in “Il Politecnico”, vol. 9, fascicolo 11, novembre 1877, p. 685.

[19] Cit. in Claude S. Fischer, op. cit., p. 79.

[20] Si tratta della cosiddetta “terza legge di Clarke”, tre postulati su scienza e tecnologia che lo scrittore scrisse a partire dai primi anni Sessanta (1961 o 1962?) in un saggio dal titolo Hazards of Prophecy: The Failure of Imagination e che poi completò dieci anni più tardi (1973).

[21] Cfr. Gianni Silei, Le radici dell’incertezza. Storia della paura tra Otto e Novecento, Manduria-Bari-Roma, Lacaita 2008, pp. 337-338.

[22] Asa Briggs, Peter Burke, Storia sociale dei media, cit., p. 172.

[23] Thomas H. Huxley, The Advance of Science in the Last Half-Century, New York, Appleton & Co. 1889 [1887].

Testo presentato al Convegno di Studi
Antonio Meucci e la cultura scientifica nell’Italia risorgimentale

Siena, 15 ottobre 2008
Da non citare senza il consenso dell’autore.

Il video dell’intervento è consultabile qui.

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