Tau Zero

Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?

La rassicurante banalità dell’uomo qualunque

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Sull’Unità e sul suo blog, Luca Sofri parla di elitismo e antielitismo. Tema di attualità negli USA dopo la scelta del partito repubblicano di catapultare Sarah Palin, per sua stessa ammissione “hockey-mom”, nella stanza dei bottoni come candidata alla vicepresidenza.

Il discorso scivola naturalmente sulle vicende di casa nostra e sui successi di personaggi che della loro “normalità” hanno fatto una formidabile arma di consenso. E sull’incapacità di certa sinistra (in primis quella dei loft) di capire fino in fondo i meccanismi che rendono vincente il “normale” (o quello che si presenta come tale) sullo “speciale”.

Il “fascino discreto dell’incompetenza” è certamente dettato – come giustamente sottolinea Sofri – dal bisogno di “familiarità”, di fiducia, di “vicinanza”  della gente (meglio se pronunciato con due ‘g’). Dal suo rifiuto dei giochi di potere, del nepotismo e dell’inettitudine con cui circoli di potere spocchiosi e autoreferenziali (in certe zone dell’Italia bollati come “Roma ladrona”) hanno gestito la cosa pubblica.

Questi meccanismi non sono nuovi: al tempo della rivoluzione francese, il Terzo Stato (“la Ggente” di allora) fece una rivoluzione per motivazioni di questo tipo. Il Terzo stato veniva rappresentato in molti schizzi satirici come un poveretto che camminava portandosi sulle spalle il peso dei ceti parassitari: aristocrazia e alto clero.

Senza scomodare i sanculotti, e restando in Italia, pochi parlano del clima nel quale fiorì il movimento dell’Uomo Qualunque. Fondato sul finire dal 1944 da un commediografo (uno che oggi verrebbe sicuramente definito un “guru della comunicazione”) Guglielmo Giannini, quel movimento riuscì per un certo periodo di tempo ad attirare i consensi proprio di quei settori (allora minoritari) della piccola e media borghesia alla ricerca di punti di riferimento. Il suo simbolo era un povero diavolo stretto nella morsa implacabile di un torchio, che simboleggiava la nuova (e per Giannini già inetta) classe dirigente post-fascista.

Di quell’esperienza è rimasto un termine, qualunquismo, stranamente poco usato oggi e che invece ben sintetizza molte delle pulsioni della ‘Ggente’ italica (ma non solo) di questo nuovo millennio.

Questo per dire che allora come oggi, dietro la rassicurante banalità dell’uomo della strada (a questo punto potremmo dire dell’uomo qualunque) si cela anche e soprattutto la disperata ricerca del ceto medio, ossessionato dalla paura di perdere i propri piccoli privilegi acquisiti, di avere risposte chiare all’incertezza del futuro.

Da qui la ricerca di un volto che sia prima di tutto familiare, che parli chiaramente, senza distinguo (i “se” e i “ma”). Di un buon padre (nel senso pater-nalistico del termine) di famiglia che operi con pragmatismo buon senso. E’, come sempre, una questione di percezione. Da questo punto di vista, certezze e sicurezza diventano assolutamente prioritarie rispetto alla competenza (che implica problematizzare, un’operazione destabilizzante in tempi come questi proprio perché genera dubbi, anziché dissiparli) e persino  all’esercizio della libertà.

In tempi normali, non di crisi, la vacuità del “normale” inteso come assenza di qualità, balza agli occhi immediatamente. Oggi non è così. Occorrerebbe infatti uno sforzo nel guardare alla realtà quotidiana che non sempre siamo disposti – o siamo in grado – di compiere.

Eppure basta però poco per capire che, come nella favola di Andersen, che “il re è nudo”.

Tanhto per sdrammatizzare, lo scambio di battute tra una devota ammiratrice di Mussolini e il personaggio di Troisi nel film “Le vie del Signore sono finite” appare, sotto questo aspetto, emblematico.

Insomma non è detto che per far arrivare in orario i treni occorra una dittatura. Né che per guidare un grande paese come gli USA occorra cercare il candidato vicepresidente tra le mamme assiepate sulle tribune di un campetto di hockey per ragazzini. In Alaska.

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