Tau Zero

Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?

Aspettando la crisi finale, il That ’70s Show

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Quello che con una frase fatta viene definito l’andamento dei mercati fornisce infinite chiavi di lettura. Tutti tornano ad interrogarsi sui fattori che hanno determinato questa situazione ma, soprattutto, tutti cercano di delineare i possibili sviluppi futuri.

Intervenendo sul Guardian, Tristram Hunt, che a breve pubblicherà per i tipi Pengiun una biografia su Engels, mette in rilievo – da storico – il carattere curiosamente “vecchio stile” dell’attuale crisi finanziaria. I risvolti speculativi degli eventi che hanno sconvolto Wall Street, sottolinea Hunt, sembrano fatti apposta per essere spiegati alla luce delle interpretazioni che a suo tempo fornirono i padri del pensiero marxista classico di fronte alle crisi di metà Ottocento. Ovvero che si ogni volta si stesse preparando la crisi finale del sistema. Un’aspettativa destinata a riproporsi periodicamente nel corso dell’Ottocento e destinata per certi versi a culminare con la crisi del 1929, giudicata per la sua ampiezza la crisi finale del capitalismo.

Il collasso finale, però, non arrivò mai. Anzi, il sistema capitalistico dimostrò inaspettate capacità di ripresa. Il risultato, conclude Hunt, fu che Marx morì cercando di spiegare proprio queste incongruità, mentre Engels, più pragmatico, scelse una via differente: si fece un cospicuo portafoglio personale di titoli, e trascorse il tempo a lamentarsi delle tasse sui suoi dividendi.

Ma, allora, se questa non è la crisi finale, che cos’è?
Siamo nel 1907?
Siamo nel 1929?
Siamo nel 1973?

Prima del terremoto di questi giorni, Paul Krugman si era cimentato nel gioco dei corsi e ricorsi storici. E sul New York Times di inizio giugno aveva contribuito ad avviare un dibattito – cui si sono aggiunti in questi giorni molti altri opinionisti (vedi qui) – sostenendo che il paragone con il ’29 e la Grande Depressione era, a suo parere, fuorviante.

Per Krugman, quand’anche si fossero scongiurati i risvolti finanziari della crisi, quelli che più direttamente richiamano alla memoria il Great Crash (cosa che è effettivamente avvenuta in questi giorni), sarebbero rimaste comunque delle incognite. I rischi più seri, quelli legati ad una imminente spirale inflattiva, non sarebbero stati definitivamente fugati. Il fatto che tecnicamente gli USA non fossero in recessione (meglio non entrare, per carità di patria, sulle questioni di casa nostra) non era a suo parere sufficiente a fugarli. Il  problema era – ed è ancora – legato a come viene percepita la situazione.  Nonostante gli appelli, tutti continuano a  parlare di recessione, di stagnazione. E tutti sanno che la formula inflazione + stagnazione porta ad un unico risultato: stagflazione. Brutta parola. Che richiama alla memoria la crisi degli anni ’70 in cui, appunto, inflazione e stagnazione misero in ginocchio le economie occidentali.

Vivremo allora un revival di quegli anni, una specie di That ’70s Show? Krugman si era limitato a parafrasare il celebre discorso di Roosevelt del 1933 (ma allora la Grande Depressione! c’entra!) e aveva concluso: la sola cosa di cui dobbiamo aver paura sul fronte dell’inflazione è la paura dell’inflazione stessa. Una paura che potrebbe indurre a scelte politiche che renderebbero peggiore una situazione già di per sé preoccupante.

In conclusione: niente crisi finale del capitalismo. Viceversa accomodiamoci sulle poltrone dei nostri salotti (per che ancora ne possiede uno) ed apprestiamoci ad assistere al That ’70s Show.

Sperando che a guidare le nostre economie non ci sia Michael Kelso.

Poscritto
Vittorio Zucconi, su Repubblica, scrive di un Bush che da “neocon” si è trasformato in questi ultimi giorni in “neokeyn” e parla di “rivincita di Keynes“. Ma se davvero, come molti sostengono, il quadro che si prospetta è più vicino agli anni ’70 che agli anni ’30 i conti non tornano. Perché negli anni Settanta la ricetta keynesiana si mostrò totalmente inadeguata a fronteggiare la crisi.

E allora la domanda resta. In che decennio siamo?

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