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Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?

Il gioco delle analogie

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Il caotico andamento dei mercati culminato nel clamoroso fallimento della Lehman Brothers e nell’altrettanto inatteso salvataggio – almeno per gli strenui sostenitori delle capacità autoregolatrici del mercato – operato dal governo statunitense nei confronti delle società Fannie Mae e Freddie Mac ha indotto i principali mezzi di informazione a richiamare alla memoria collettiva gli eventi disastrosi della crisi del 1929 e della successiva, e altrettanto nefasta, Grande Depressione.

Nel fondo di Angelo Panebianco dal titolo  Le facili profezie, il Corriere di oggi si sofferma proprio questo tema rifiutando – è questo il senso dell’articolo – ogni semplicistica riproposizione della teoria dei corsi e ricorsi storici ad uso – e consumo – del grande pubblico. Operazione, quella di evocare la Grande Crisi, che peraltro emerge sui mezzi d’informazione sia italiani che stranieri ogni qual volta l’economia d’oltre Oceano manifesta segnali di inquietudine (vedi foto e link).

Quando non scade nel facile catastrofismo dei titoli urlati in video o riportati a tutta pagina (utili semplicemente ad aumentare gli ascolti o le tirature) l’intenzione di “spiegare l’ignoto attraverso il già noto”, come scrive Panebianco, non è di per sé negativa. Innanzitutto è rassicurante in quanto contribuisce ad inserire eventi particolarmente traumatici o di difficile comprensione (soprattutto nelle loro possibili ripercussioni) in un contesto di esperienze (personali ma anche collettive) conosciute e quindi più facilmente accettabili sul piano emotivo.

Il gioco delle analogie è poi utilissimo come strumento – diciamo così – “didattico-divulgativo”. Lo si usa per meglio avvicinare gli studenti (o in questo caso il grande pubblico) a particolari eventi , magari per meglio fissarli nella memoria. Il rischio che si corre è però quello di decontestualizzare. Ed è proprio su questo che insiste Panebianco, richiamando le parole che l’economista di Harvard Alberto Alesina, aveva espresso ieri sul Sole24ore.com, per respingere i facili accostamenti tra la crisi attuale e quella del 1929.

Già alla fine di agosto, scrivendo su VoxEU attorno agli aspetti monetari della crisi già in atto su scala globale, Barry Eichengreen era del resto giunto a conclusioni analoghe. Anzi, in quel frangente invitava le Banche centrali, nel caso avessero voluto trarre una lezione dal passato,  a guardare non tanto alla Grande Depressione quanto agli anni Settanta, gli anni della stagflazione.

La situazione attuale non può essere accostata a quella del crash del 1929, se non per il fatto che la scenografia dove si è consumato il dramma è la stessa (Wall Street). E Panebianco ha ragione: evitiamo di tirare in ballo la Grande Depressione ad ogni piè sospinto.

Come molti autorevoli esperti continuano a ripetere, non c’è alcun segnale che ci faccia pensare che  le cose possano andare male come allora.

Attenzione, però. Non è nemmeno detto che non possano andare peggio.

Written by Gianni Silei

giovedì, 18 settembre 2008 a 10:46 pm

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