Tau Zero

Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?

In kayak, dove nessuno è mai giunto prima

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Lewis Gordon Pugh, trentottenne esploratore britannico autore di svariate imprese “impossibili”, ha recentemente compiuto una spedizione nelle acque del polo Nord. A bordo di un semplice kayak, Pugh ha sfidato le acque dell’Artico con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica circa gli effetti disastrosi del riscaldamento globale. Anche per questo il Polar Defense Project è stato seguito a lungo dai mezzi d’informazione, riscuotendo un importante successo in termini mediatici.

A conferma di come i ghiacci marini che circondano il Polo Nord si stiano dissolvendo più velocemente di quanto i modelli scientifici abbiano previsto, Pugh ha affermato con grande enfasi alla stampa di essere giunto ad 80,5 gradi di latitudine nord, che equivale ad una distanza di circa 600 miglia dal Polo. Il primo ministro Gordon Brown in persona si è congratulato con lui sia per il valore simbolico del gesto sia perché, come avevano dichiarato l’esploratore e il suo staff ai media, mai nessuno in passato si era spinto a quella latitudine.

Peccato non sia così.

Sul suo blog, il meteorologo Anthony Watts ha infatti ricordato come una simile “impresa” sia tutt’altro che nuova. Nel lontano 1922,  il “Monthly Weather Review” dopo aver esordito con un “Sembra che l’Artico si stia scaldando” (incipit che pare tratto dalle nostre cronache quotidiane), riportò di una spedizione guidata dal dottor Adolf Hoel di Cristiania che raggiunse 81° e 29′ di latitudine nord, più o meno lo stesso punto in cui si è interrotto il pagaiare di Pugh.

Nel 1893, poi, un altro esploratore, il norvegese  Fridtjof Nansen, a bordo di due kayak uniti a formare una sorta di catamarano, trovò il mare Artico talmente sgombro dai ghiacci da spingersi con la propria imbarcazione fino agli 82 gradi di latitudine nord,  cioè a circa 100 miglia dal Polo.

Senza volere con ciò minimamente liquidare il problema degli effetti del global warming con quella che appare semmai una delle tante avventure “no limits” destinate al grande pubblico, la vicenda si potrebbe concludere parafrasando le celebri parole con le quali il comandante James T. Kirk introduceva le avventure stellari dell’astronave Enterprise: Pugh è arrivato in kayak dove nessuno è mai giunto prima.

O quasi.

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Written by Gianni Silei

domenica, 14 settembre 2008 a 8:05 pm

2 Risposte

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  1. Le notizie che stanno circolando sullo scioglimento dei ghiacci ai poli sono tendenziose, per non dire menzognere.
    Polo Sud: I ghiacci dell’Antartide (dove vivono i pinguini, ma non gli orsi polari) sono aumentati del 10% nel corso degli ultimi 30 anni, come si può vedere qui con foto satellitari.
    Polo Nord: I ghiacci artici (dove vivono gli orsi polari ma non i pinguini) sono aumentati del 12% (circa settecentomila chilometri quadrati) dal 2007 al 2008, come si può vedere qui con foto satellitari.
    Ma i mass media ci ingannano dicendo esattamente il contrario e raccontandoci la famosa “favola dell’orso” a cui si stanno sciogliendo i ghiacci (artici) sotto i piedi, oppure ci fanno vedere i pinguini (antartici) che devono scoreggiare per impedire al ghiaccio di sciogliersi (pubblicità della Vigorsolsponsorizzata dal WWF)

    No Algore

    lunedì, 15 settembre 2008 at 11:20 am

  2. Innanzitutto grazie del post.

    Non entro in questioni tecnico-specialistiche che non conosco. Vorrei però porre l’accento su certi “errori di prospettiva” (chiamiamoli così) già verificatisi in passato.

    Il dibattito sulle variazioni climatiche inizia di fatto – almeno su basi scientifiche – con l’inizio delle prime misurazioni attendibili. Sul finire dell’Ottocento, i dati scrupolosamente raccolti dallo scienziato veneto Giuseppe Toaldo nel corso del XVIII secolo o le misurazioni dei ghiacciai alpini francesi – dal ‘500 in continua espansione – indussero molti a ritenere che si fosse alle soglie di una nuova glaciazione. Questa idea fu per certi versi rafforzata dal dibattito, iniziato con Georges Cuvier, attorno alle cosiddette “teorie dei cicli climatici” (alternarsi, ogni x migliaia di anni di glaciazioni a periodi di clima più temperato).

    Fatto sta che all’inizio del Novecento, la “paura” climatica più avvertita nell’immaginario collettivo era proprio quella di una improvvisa e drammatica glaciazione. Tanto per fare un esempio, uno scrittore popolare come Emilio Salgari, nelle “Meraviglie del Duemila” (pubblicato nel 1907) immagina un futuro in cui i ghiacchi del Polo Sud minacciano il mondo.

    Non era – intendiamoci – una paura del tutto campata in aria. Nel senso che davvero dal 1300 era iniziata quella che è stata poi definita la “piccola era glaciale”, ovvero una fase caratterizzata da temperature medie più basse rispetto a quella precedente (il cosiddetto “periodo caldo medievale”, a sua volta incominciato intorno all’anno 800).

    Il paradosso, a conferma di come certe paure collettive siano frutto di un processo di sedimentazione lungo e particolare, fu però che proprio mentre ancora si agitava lo spettro di un mondo ricoperto dai ghiacci, la “piccola èra glaciale” stesse di fatto concludendosi, lasciando spazio, come le misurazioni successive avrebbero documentato, a qualcos’altro.

    Da non climatologo direi che la lezione da trarre è proprio quella di non trarre conclusioni. O almeno conclusioni affrettate e su questioni ancora largamente dibattute. Il che, si badi bene, non significa non assumere comportamenti “eco-compatibili”.

    Ma neppure credere a pinguini che soffrono di meteorismo.

    tauzero

    lunedì, 15 settembre 2008 at 5:12 pm


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