Archive for the ‘globalizzazione’ Category
Ma dopo tanti segni meno, c’è anche un segno più

(Corriere.it)
In base al rapporto annuale della FAO sullo Stato dell’insicurezza alimentare nel mondo, il numero delle persone affamate è salito a 963 milioni, oltre 40 milioni in più rispetto all’anno precedente. Il 65% di coloro che soffrono per la carenza di cibo vive in sette paesi: India, Cina, Repubblica Democratica del Congo, Bangladesh, Indonesia, Pakistan ed Etiopia. Il quadro è sconvolgente. Le categorie più colpite, come sempre, sono le più vulnerabili: donne e bambini. Questi paesi sembrano tuttavia aver eliminato uno dei problemi che viceversa assillano le società più sviluppate: quello degli anziani. In modo molto semplice. Morendo prima.
I numeri del terrore

L’incipit dell’Introduzione non lascia spazio ad ambiguità: “Tutti sanno che i terroristi fanno leva sulla paura per raggiungere i loro scopi, pochi però sono consapevoli che i capi di stato ricorrono alla medesima tattica. E non si tratta di un fenomeno nuovo.”
Nel caso si avessero ancora dubbi sugli obeittivi del libro, basta leggere il sottotitolo dell’edizione originale: Separating Fact from Fiction.
In I numeri del terrore Loretta Napoleoni e Ronald J. Bee affrontano, dati alla mano, una delle varianti della politica della paura e della psicosi del terrorismo. Stabilendo da subito un chiaro parallelismo tra il clima politico-internazionale al tempo della guerra fredda e della dottrina Truman (e richiamando anche alcuni avvenimenti della storia recente italiana come la strategia della tensione o gli anni di piombo), gli autori tracciano un quadro degli eventi che hanno creato, a partire dallo spartiacque dell’11 settembre 2001, della “mitologia” del terrore e della guerra al terrorismo.
Straniero in patria. Il paradosso dell’immigrato
Partha Banerjee è nato in India e adesso vive con la sua famiglia a Brooklyn. Qualche giorno fa ha scritto al una lettera al NY Times nella quale descrive il senso di estraniamento della sua condizione di immigrato di prima generazione: “Quando sono arrivato qui” – scrive riassumendo Partha – “non conoscevo nulla dell’America. Adesso il mio paese d’origine è talmente cambiato che non lo riconosco più e non credo potrei tornarci a vivere”. E conclude definendo questo spaesamento per quello che è: il paradosso dell’immigrato.
La fine dell’eccezionalismo americano
Nicolas Delalande ha intervistato lo storico Thomas Bender, autore di A Nation Among Nations.
Ne esce un panorama a tutto tondo sulla presunta particolarità della storia americana e sul modo con cui è stata raccontata. Fino alla svolta della mondializzazione che, secondo Bender, ha relativizzato l’eccezionalismo americano, al punto da rendere le vicende degli Stati Uniti “una storia tra le storie”.
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Una nuova Bretton Woods?
Il 15 novembre prossimo, a Washington, i leader del G20 saranno chiamati a rispondere alla drammatica crisi internazionale con misure straordinarie. Da più parti si invoca una sorta di nuova Bretton Woods che possa assicurare nuovi e soprattutto duraturi equilibri finanziari internazionali.
Il CEPR, in un lavoro a più voci curato da Barry Eichengreen e Richard Baldwin, prova a stilare un’agenda dei provvedimenti da adottare. Se non per creare le premesse, come avvenne dopo la conferenza del 1944 per una Golden Age, perlomeno per evitare una crisi ancora più grave di quella in corso.
Calma. Non è il presidente del mondo
L’elezione di Obama ha scatenato cori entusiastici in ogni angolo del pianeta: dall’Australia al Kenya.
Un entusiamo senza precedenti ma anche, per la particolare congiuntura internazionale, carico di aspettative che rendono se possibile ancor più delicato il compito del neo presidente. Che però, scrive
They have a dream
Paura, barbarie e scontri di civiltà
Nei primi anni Novanta, Samuel Huntington fornì una propria visione dei profondi cambiamenti in atto negli equilibri internazionali e del loro possibile esito. In un noto articolo pubblicato su Foreign Affairs, poi confluito in un ben più corposo saggio, Huntington introdusse nel dibattito sul nuovo ordine mondiale il tema dello scontro delle civiltà.
Il precedente scenario ipotizzato da Fukuyama nel suo La fine della storia e l’ultimo uomo, lavoro tanto fortunato quanto dibattuto, poneva al centro della propria analisi elementi (l’ideologia, il mercato ecc.) che caratterizzavano uno specifico sistema, un “modello”, se vogliamo uno “stile di vita”: quello incarnato della società americana.
Dal canto suo, Huntington (re)introduceva nel dibattito una variabile diversa, più sfuggente: quella della civiltà. In poche parole, secondo Huntington lo scontro tra le civiltà, “mascherato” da conflitti a sfondo religioso, avrebbe rappresentato il tratto caratterizzante dei futuri scenari planetari. Uno scontro che sarebbe scoppiato inevitabilmente, di fronte alle incompatibilità culturali tra occidentali, ortodossi, islamici, induisti, cinesi, giapponesi, latino-americani, africani.
Non fate l’onda
When the tide laps at Gulliver’s waistline, it usually means the Lilliputians are already 10 feet under.
Bret Stephens sulla crisi, sugli USA e sul loro ruolo di superpotenza
E io speculo coi tulipani
Alle 18.00 comincia il Giudizio Universale
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Pochi giorni fa, in California, un ex analista finanziario quarantacinquenne di origini asiatiche, Karthik Rajaram, ha sterminato la propria famiglia, moglie, figli e suocera, e poi si è suicidato.
In un biglietto ha scritto di disoccupazione e di investimenti andati male. |
Probabilmente la crisi dei mercati entra solo incidentalmente in questa vicenda. Ma per molti, la storia di Karthik, quei corpi coperti da un lenzuolo bianco, legati sulla barella di un coroner e che escono da una bella casa, con il prato falciato e macchine costose parcheggiate in fondo al vialetto, rappresentano un po’ il simbolo della fine del sogno americano.
La rassicurante banalità dell’uomo qualunque
Sull’Unità e sul suo blog, Luca Sofri parla di elitismo e antielitismo. Tema di attualità negli USA dopo la scelta del partito repubblicano di catapultare Sarah Palin, per sua stessa ammissione “hockey-mom”, nella stanza dei bottoni come candidata alla vicepresidenza.
Il discorso scivola naturalmente sulle vicende di casa nostra e sui successi di personaggi che della loro “normalità” hanno fatto una formidabile arma di consenso. E sull’incapacità di certa sinistra (in primis quella dei loft) di capire fino in fondo i meccanismi che rendono vincente il “normale” (o quello che si presenta come tale) sullo “speciale”. Leggi il seguito di questo post »
Civiltà e nuova barbarie
La questione è antica eppure attualissima. Almeno da quando il tema dello scontro tra civiltà è entrato nel lessico quotidiano. Ne ha scritto da poco qui, Tzvetan Todorov, proprio partendo da questa chiave di lettura (e presto ne riparleremo). Intanto, Claudio Magris e Alessandro Baricco ne dialogano sul Corriere.
Aggiornamento: A chi interessa, del libro di Todorov se ne parla qui.
E un asteroide sta per colpire la Terra
Dopo il crollo in borsa, il cielo che ci cade sulla testa? In una sorta di imbarazzante gioco al rialzo, alcuni giornali stanno fornendo ampio risalto all’impatto tra l’asteroide 8TA9D69 e il nostro pianeta. Nel leggere titoli come “un asteroide sta per caderci addosso” il pensiero corre immediatamente a film apocalittici come Deep Impact o Armageddon, alla fine dei dinosauri e a scenari di estinzioni di massa. Poi si scopre che il “macigno” è di quattro metri di diametro e finirà polverizzato a contatto con l’atmosfera.
Domani il sole sorgerà ancora, il gioco del cerino in atto sui mercati internazionali potrà allegramente continuare a dare i suoi frutti. E soprattutto, nessun Bruce Willis si immolerà per la salvezza del genere umano.
Beware doll, you’re bound to fall. E la Borsa crollò (ancora)




