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Lo stile Madoff: regola o eccezione?
Oltre che per i suoi risvolti finanziari, il crac Madoff, scrive Krugman, ha scioccato l’America – e non solo – anche per altri motivi. Bernard Madoff era unanimemente riconosciuto come brillante investitore e generoso filantropo ed era a tutti gli effetti un membro autorevole e stimato della comunità economico-finanziaria nordamericana.
Com’è potuto accadere, si chiede, che tutti siano stati così ciechi da non accorgersi di nulla? Basta come spiegazione il fatto che le élite, come l’ultimo appassionato di gossip, abbiano ormai la tendenza innata a idolatrare chi ha un mucchio di soldi senza domandarsi come li ha fatti? Ma, soprattutto, in che cosa Madoff è differente dai money manager che hanno controllato i mercati in questi ultimi anni?
Mr. Madoff e la finanza del (para) Ponzi
Dal capitalismo dei disastri al capitalismo disastrato. Da gigantesca frode finanziaria il crac Madoff sta assumendo ripercussioni se possibile ancor più ciclopiche (e devastanti): dopo aver seminato il panico tra i VIP di mezzo mondo, adesso in una sorta di effetto domino, tra infatti colpendo duramente alcuni tra i più importanti istituti bancari mondiali, Europa – e Italia – comprese.
La truffa orchestrata da Bernard Madoff, settantenne ex presidente del Nasdaq, si ispirava al cosiddetto schema Ponzi, dal nome dall’immigrato italiano Charles Ponzi, figura leggendaria nella storia del crimine negli Stati Uniti.
Incriminato ed arrestato Madoff, restano adesso le pesanti ripercussioni finanziarie del suo “gioco”. Logico aspettarsi che le conseguenze dello scandalo finiranno col ricadere sugli investitori e sui risparmiatori. E ancora una volta sconcerta l’ennesima dimostrazione di avventurismo dei circoli finanziari (banche in testa) figlio dui una frenetica – ma cieca - rincorsa alla speculazione.
Tirare la cinghia
Eccoci. La tanto temuta resa del consumatore americano, dopo anni in cui era vissuto al di sopra dei propri mezzi, è arrivata. Lo scrive qui Paul Krugman. Allacciamoci le cinture, allora, perché tra poco si parte anche noi. Anzi, no, meglio: aggiungiamoci un buco. Per stringerle.
Dalla tenda a ossigeno alla rianimazione
Jean-Paul Fitoussi traccia qui un rapido bilancio delle ricette neoliberiste degli anni Ottanta fino al loro definitivo naufragio con le convulse giornate dell’ultimo crollo borsistico. E lo chiude così:
En bref, d’avoir voulu se passer de tente à oxygène – qui désigne dans l’allégorie de Joseph Schumpeter la démocratie et sa tendance à s’occuper de toute chose – a directement conduit le capitalisme en salle de réanimation. La démocratie est bien une idée neuve en Europe.
Uscire dalla crisi, in Trabant
Il deputato socialista francese Arnaud Montebourg interviene su Le Monde commentando gli effetti della crisi finanziaria che ha scosso i mercati mondiali. E ripropone un’immagine ormai usata e abusata: per il capitalismo liberale e globalizzato – scrive – si è trattato dell’equivalente della caduta del muro di Berlino.
Eppure, per quanto grave, la situazione non può ancora essere paragonata a quella che coincise con gli eventi del 1989. Almeno finché non vedremo Ben Bernanke sbucare, a bordo di una trabant, dalle macerie di Wall Street.
Vittorie di Pirro
Alle elezioni del 1931, in piena depressione, il partito laburista propose nel suo programma la nazionalizzazione delle banche. Fu un disastro. Perse le elezioni e rimase confinato all’opposizione per quasi un quindicennio.
Oggi, al Labour di Gordon Brown è riuscito quello che non riuscì al Labour di allora. Anche se, scrive Graham Stewart sul Times, le “nazionalizzazioni” sono state realizzate per motivi esattamente opposti rispetto a più settant’anni fa. Allora i banchieri furono giudicati troppo conservatori. Oggi troppo poco.
Rimbalzi
All’inizio degi anni Sessana dell’Ottocento, Charles Ledger, un commerciante australiano di alpaca, ottenne da un indio boliviano alcuni semi dell’albero di cinchona, pianta particolarmente ricca di chinina e perciò adatta alla cura della malaria.
Zombi edonisti al supermercato
Lentamente, ma inesorabilmente, l’Occidente si lascia alle spalle le ultime persistenze del Novecento. Nei giorni scorsi, Fukuyama si era idealmente lasciato dietro le spalle Reagan. Oggi, Jay McInerney, che negli anni Ottanta fotografò il mondo (falsamente) luccicante degli Yuppies, ne canta il secondo, definitivo, de profundis.




