Archivio per la categoria ‘economia’
A Canossa
Il 12 agosto scorso, Bill Emmott commentò la situazione economico-finanziaria (che come il Titanic era già in rotta di collisione verso il proverbiale iceberg) dipingendo i pessimisti come tante petulanti cassandre. “Macché crisi e crisi”, scriveva allora.
A distanza di qualche mese, Emmott torna su quelle affermazioni con l’animo contrito ma finalmente sollevato del penitente. “Mi sono sbagliato”, “le mie previsioni erano esageratamente ottimistiche”, dice oggi. Ma poi lascia comunque aperta la porta alla speranza: la recessione c’è ma aspettiamo a fasciarci la testa.
Chi si accontenta gode
Un ottimistico Marco Fortis, ci ricorda oggi perché – secondo lui – certe volte è meglio abitare in un sottoscala invece che in un attico:
L’Italia, a nostro avviso, patirà meno di altri questa drammatica recessione perché, paradossalmente, la sua crescita economica in questi anni è stata meno forte. Un conto è cadere, come noi dal primo piano della crisi (essendo abituati a crescere solo dell’1%). Un altro è precipitare, come accadrà agli Usa, alla Gran Bretagna, all’Irlanda, alla Spagna e all’Olanda (Paesi che si erano abituati a crescere del 3-4%) dal terzo o dal quarto piano, dopo esservi saliti non virtuosamente con le proprie gambe ma tramite l’ascensore dei debiti privati accelerato irresponsabilmente dai rispettivi sistemi bancari e finanziari, oggi quasi tutti in gravissime difficoltà.
Dunque, alla fine di questo caos economico planetario dagli orizzonti ancora incerti forse rivaluteremo persino la nostra più bassa crescita perché essa non è stata, diversamente da quella di altri Paesi, una crescita “drogata”.
Salvato in corner
Nel suo discorso di fine anno alla nazione, Nicolas Sarkozy ha preannunciato per i francesi sudore e lacrime: il 2009 – ha detto - sarà infatti un anno di “grandi difficoltà”. Occorrerà allora un “grande sforzo” per prepararsi al “mondo nuovo” che nascerà dalla crisi.
La crisi, appunto. Un evento tremendo ma che per Sarkozy è giunto quasi come manna dal cielo, sostiene Le Monde nell’editoriale di oggi. Già perché il disastro dell’economia mondiale ha fatto passare in secondo piano le promesse sulla salvaguardia del potere d’acquisto, il pieno impiego, la diminuzione del prelievo fiscale sulle quali Sarkozy aveva costruito la sua vittoria elettorale. Chi si ricorda più, scrive il quotidiano diretto da Éric Fottorino, l’impegno di “restituire” ai francesi 68 miliardi di euro? Chi osa più chiedere l’aumento dei salari ora che la disoccupazione cresce di mese in mese?
Ah, la crisi. Certe volte, se non ci fosse, bisognerebbe invertarla.
Buon Anno? State scherzando
Riponiamo i calici. La prima recessione di portata davvero globale, scrive Timothy Garton Ash, continua e metterà l’Occidente di fronte alla necessità di prendere alcune decisioni cruciali che influenzeranno il futuro stesso del capitalismo. Quella attuale, infatti, appare una crisi sistemica che difficilmente potrà essere risolta recitando a memoria il mantra del “torniamo a crescere, costi quel che costi”. La realtà dei fatti, conclude, è molto più complessa. Siamo come l’equipaggio di una nave in mezzo alla tempesta. E non è detto che il tempo non peggiori.
Ci siamo calati i consumi
L’amletico dilemma di fine 2008 prosegue. Il “C’è o non c’è” (riferito alla crisi) ripetuto dal cittadino medio davanti ad all’ipotetico teschio di uno zio ricco vissuto e morto (ricco ed obeso) ai tempi della spensierata società opulenta, continua. Stavolta si propende per il “C’è”. Il Codacons informa infatti che i consumi nel periodo natalizio sono calati del 20% rispetto allo scorso anno, per una spesa pro-capite inferiore ai 200 euro. I settori maggiormente colpiti sono quelli relativi agli addobbi per la casa, scesi mediamente del 25%, del settore abbigliamento e calzature (-23%) e giocattoli (-10%). Stabili, invece, i consumi alimentari”. Le previsioni sono nere anche per i consumi durante i prossimi saldi (che si prevdeono del 30% inferiori rispetto al 2007).
Natale a Rio
Ma allora c’è o non c’è questa crisi?
Gli italiani, riportavano ieri i giornali, corrono a prenotare voli per spiagge esotiche. Nel peggiore dei casi, elaborano strategie anticrisi.
Se a ciò si aggiungono le conclusioni dell’indagine annuale dell’ISTAT su “Reddito e condizioni di vita”, che punta a “produrre e divulgare statistiche armonizzate sulle condizioni economiche e la qualità della vita dei cittadini europei (EU SILC)”, le cose diventano, se possibile, ancor più complicate.
L’indagine, effettuata su un campione rappresentativo di 20.982 famiglie (52.772 individui), ha riguardato i redditi percepiti nel 2006 e le condizioni di vita nel 2007. Il documento finale, come detto, mette in luce un quadro, se non a tinte fosche (ma la situazione è, ripetiamo, aggiornata allo scorso anno) certamente in chiaroscuro.
Lo stile Madoff: regola o eccezione?
Oltre che per i suoi risvolti finanziari, il crac Madoff, scrive Krugman, ha scioccato l’America – e non solo – anche per altri motivi. Bernard Madoff era unanimemente riconosciuto come brillante investitore e generoso filantropo ed era a tutti gli effetti un membro autorevole e stimato della comunità economico-finanziaria nordamericana.
Com’è potuto accadere, si chiede, che tutti siano stati così ciechi da non accorgersi di nulla? Basta come spiegazione il fatto che le élite, come l’ultimo appassionato di gossip, abbiano ormai la tendenza innata a idolatrare chi ha un mucchio di soldi senza domandarsi come li ha fatti? Ma, soprattutto, in che cosa Madoff è differente dai money manager che hanno controllato i mercati in questi ultimi anni?
Competitori cercasi
The end of communism seems to have slightly unhinged America. We lost our two biggest ideological competitors — Beijing and Moscow. Everyone needs a competitor. It keeps you disciplined. But once American capitalism no longer had to worry about communism, it seems to have gone crazy.
Thomas Friedman, oggi
(Non) Datemi una D
E’ stato solo a partire dal primo dicembre che gli Stati Uniti sono entrati, ufficialmente, in recessione. Adesso che le cose stanno ulteriormente peggiorando, scrive Justin Fox, i commentatori ricominciano a guardare alle crisi del passato alla disperata ricerca di chiavi di lettura (consolatorie) per il presente.
Il risultato è una vera apoteosi di date: dopo il ’29 e il ’73 ecco spuntare anche il ’58 e l”81. Quesi per esorcizzare i fantasmi del passato, si ricorre poi a mezze frasi o a giri di parole. Il tutto per cercare di evitare di scrivere o solo pronunciare quella parola tabù che comincia con la lettera D: depressione.
Addio al “per molti ma non per tutti”
Fra gli effetti collaterali della crisi globale, scrive Françoise Lazare, pare proprio esserci quello della fine del masstige, termine che nasce dalla contrazione di mass e prestige e che indica beni di lusso destinatii, anziché ad una ristretta élite di super-ricchi, ad un’ampia fetta di popolazione.
Il lusso accessibile, insomma, sembrerebbe destinato ad una contrazione forzata, a causa delle crescenti difficoltà economiche del ceto medio agiato, tradizionale fruitore di questa tipologia di prodotti. La questione ripropone le recenti tendenze del “capitalismo che cambia” e i suoi riflessi sulla struttura sociale ma anche le strategie di mercato che le aziende che operano in questo settore saranno chiamate a compiere nell’immediato futuro.
Assisteremo ad un ritorno del “solo per pochi“?
Un mese fa il governo annunciava, per bocca del ministro del Welfare Sacconi, la proroga al 2009 della detassazione delle ore di lavoro straordinario, una misura volta a incoraggiare orari di lavoro più lunghi (per chi un lavoro ce lo avrà anche nel 2009). I tecnici del ministero del Welfare legittimavano pubblicamente questa scelta perché per “sostenere la crescita e incrementare la produzione occorre lavorare di più”.
Nel 2003, 


