Archivio per la categoria ‘disastri’
Ma dopo tanti segni meno, c’è anche un segno più

(Corriere.it)
In base al rapporto annuale della FAO sullo Stato dell’insicurezza alimentare nel mondo, il numero delle persone affamate è salito a 963 milioni, oltre 40 milioni in più rispetto all’anno precedente. Il 65% di coloro che soffrono per la carenza di cibo vive in sette paesi: India, Cina, Repubblica Democratica del Congo, Bangladesh, Indonesia, Pakistan ed Etiopia. Il quadro è sconvolgente. Le categorie più colpite, come sempre, sono le più vulnerabili: donne e bambini. Questi paesi sembrano tuttavia aver eliminato uno dei problemi che viceversa assillano le società più sviluppate: quello degli anziani. In modo molto semplice. Morendo prima.
L’esplosione di Halifax: il giorno in cui nacque la disastrologia
Il 6 dicembre 1917, il porto canadese di Halifax, importante scalo strategico per le navi alleate adibite al rifornimento delle truppe impiegate nella Grande Guerra, fu scosso da quella che, almeno fino al lancio della bomba atomica su Hiroshima, sarebbe stata la più violenta esplosione mai provocata dall’uomo.

Il porto canadese di Halifax dopo l'esplosione
La Mont Blanc, una nave da trasporto francese proveniente da New York, stipata di migliaia di tonnellate di esplosivi, benzene e acidi altamente infiammabili, nel corso delle manovre di attracco si scontrò con un cargo militare belga. Gravemente danneggiata dall’impatto, la nave prese fuoco e, divenuta ingovernabile, fu abbandonata dal suo equipaggio. Spinta dalla corrente, la Mont Blanc si andò così a schiantare sulla banchina del molo 6, appiccando l’incendio alle strutture vicine.
Il dramma si consumò in poco più di venti minuti: raggiunta dalle fiamme, la stiva saltò in aria sprigionando una potenza da un quinto a un settimo pari a quella di Little Boy, la bomba atomica sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945. La temperatura intorno al punto zero raggiunse i 5.000 gradi, vaporizzando ogni cosa o persona intorno. Agli effetti del tremendo spostamento d’aria si aggiunse un’onda anomala, alta più di quindici metri, che si abbatté sugli edifici che si affacciavano sulla baia e che proseguì la sua corsa nell’interno per oltre tre isolati.
Tutta l’area in un raggio di oltre un chilometro e mezzo fu praticamente rasa al suolo. Come riportarono le testimonianze dei sopravvissuti, un enorme fungo di fumo nero si alzò dall’epicentro mentre per i minuti successivi una pioggia nerastra di detriti ricadde su tutta la città ricoprendo ogni cosa. Il panico degli scampati fu ulteriormente accresciuto dalla voce, poi fortunatamente rivelatasi falsa, che stesse per innescarsi una seconda esplosione.
Non è una esercitazione. Ripeto. Non è una esercitazione
La pubblicazione del Rapporto Censis 2008 ha acceso – complici le catastrofiche notizie provenienti dal mercato del lavoro e dall’economia degli USA – il dibattito sulle sempre più gravi difficoltà delle famiglie italiane. E mentre oltre Oceano si prospetta un Natale alla rovescia, la parola panico viene ormai pronunciata ad alta voce.
Eppure, assuefatta ai falsi catastrofismi da rotocalco televisivo e ai titoli sparati in prima pagina che parlano minacce mai concretizzatesi, una parte dell’opinione pubblica reagisce in modo contraddittorio. Butta gli ultimi risparmi sul Supernalotto. O sottovaluta l’entità della valanga in arrivo comprando l’ultimo modello di cellulare o emula lo stile “fratelli Vanzina” prenotando il primo last-minute diretto al caldo dei tropici.
Anche se forse non è (ancora) imprigionata nella bolla della paura, la maggioranza degli italiani si rifugia comunque nella “liquidità”. Fenomeno che una volta – prima che citare Bauman diventasse una moda – si chiamava buon senso. Riduce le spese superflue e sta alla finestra ad aspettare un segno di ripresa.
Quel che è certo è che la sindrome a suo tempo denunciata da Paul Krugman per la società americana, la fear of falling, cioè la presa di coscienza del ceto medio della propria vulnerabilità, ha trovato stabile collocazione anche nel nostro paese. Prepariamoci al peggio sapendo che, nei prossimi mesi, la situazione potrebbe diventare veramente complicata. Consoliamoci tenendo a mente che la storia non finisce qui. Ma anche che, d’ora in avanti, si cominicia a fare sul serio.
Questa non è una esercitazione. Accucciarsi e coprirsi.
Irpinia: viaggio dentro il terremoto
Ne avevamo parlato qui in occasione dell’anniversario del Terremoto che sconvolse vaste aree del Mezzogiorno e in particolare l’Irpinia. Adesso, sempre grazie a Stefano Ventura, torniamo su questo tema con il primo di alcuni approfondimenti dedicati non solo a quanto avvenne in quelle tragiche giornate ma anche nelle fasi, altrettanto delicate e drammatiche, della prima emergenza e della ricostruzione. Per non dimenticare.
1 – Il terremoto e la prima fase dell’ emergenza
Il terremoto che alle 19 e 34 del 23 novembre 1980 colpì ampi territori della Campania e della Basilicata raggiunse un’intensità di 6.9 gradi della scala Richter. L’epicentro fu localizzato nei pressi del comune di Laviano, al confine tra le province di Avellino e Salerno e poco distante dal confine con la Basilicata.
I comuni maggiormente colpiti dal sisma furono i piccoli centri dell’entroterra campano e lucano, ma gli effetti della scossa si avvertirono in una porzione di territorio in cui abitavano circa 6 milioni di persone. Le conseguenze del sisma furono sicuramente amplificate dal patrimonio edilizio datato e fatiscente, nonostante queste zone fossero tra quelle a più alto rischio sismico del territorio nazionale. Basti pensare che nel corso del Novecento erano già stati due (1930 e 1962) gli episodi sismici di una certa rilevanza avvenuti nella stessa area.
Altro elemento che aggravò le conseguenze della scossa – i morti furono 2695 e i feriti circa 8850 – fu il ritardo dei soccorsi, dovuto in parte alla difficile accessibilità dei mezzi di soccorso in queste zone dell’entroterra e in parte alla mancanza di un servizio nazionale di protezione civile in grado di intervenire tempestivamente. Nelle prime ore dopo la scossa di terremoto, anche le notizie trasmesse dai mezzi di informazione non aiutarono a comprendere nel modo adeguato le dimensioni della tragedia; i primi telegiornali della sera del 23 novembre riferivano di un terremoto di lieve entità, non parlavano di morti e non individuavano in modo esatto l’epicentro. Man mano che le informazioni arrivavano, insieme alle prime ricognizioni aeree effettuate dai mezzi dell’ esercito sui paesi dell’interno, le reali conseguenze del terremoto si dimostrarono ben più gravi.
Produci, consuma, crepa
Ma ci saranno soluzioni un po’ più sofisticate per uscire dalla crisi che non siano ripetere in continuazione “spendete”, “consumate”? Sulle bizzarrie del Go shopping declinato ai quattro venti anche in un’Italia sempre più con le pezze nel sedere (anche se le indossa ostentando, fedele alle direttive dei manovratori, un elegante senso di ottimismo) ha scritto ieri Debora Billi. Oggi dall’Inghilterra, Janice Turner ci va giù pesante, per giunta dalle colonne del Times: “Non sono disposta a spendere per il mio paese“. Stop.
Disastri e paure in età contemporanea. Alcune riflessioni
In cinese, la parola “crisi” si scrive mettendo insieme l’ideogramma che significa “pericolo” con quello che indica “opportunità”. I disastri rappresentano in effetti un evento terribile, drammatico, ma anche, paradossalmente, l’occasione per imparare da eventuali errori in modo da non ripeterli in futuro. Affinché ciò sia possibile occorre anche costruire una sorta di “memoria delle crisi”.
In che modo sono stati studiati i disastri in epoca contemporanea? Come sono stati raccontati? Per quanto tempo una catastrofe rimane viva nell’immaginario collettivo? In che misura e come può modificare credenze, abitudini, rapporti sociali, stili di vita?
Partendo dalla grande esplosione di Halifax del 1917 passando attraverso le più gravi sciagure tecnologiche del XX secolo (da Minamata a Chernobyl, dal disastro del Vajont ai naufragi della Exxon Valdez, fino ai veleni dell’ ACNA e di Seveso) alcune chiavi di lettura in chiave compartata da una prostettiva storiografica vengono proposte nel saggio Disastri e paure nell’età contemporanea, appena pubblicato nel secondo numero di S-NODI pubblici e privati nella storia contemporanea, dedicato al tema “Avere paura/Fare paura”.
Irpinia. Memoria civile di un terremoto
Ventotto anni fa, anche allora una domenica, una scossa di terremoto di circa sette gradi Richter durata quasi un minuto sconvolse vaste zone della Campania della Basilicata e di parte della Puglia, seminando morte e distruzione.
Nell’intervento che riportiamo di seguito, Stefano Ventura rilegge da differenti prospettive quei tragici eventi e gli sviluppi successivi, confermando l’importanza di un percorso d’indagine, quello della “storia delle catastrofi”, ancora troppo poco battuto nel nostro paese.
Nel 2008 ricorre l’anniversario di due terremoti dagli effetti disastrosi avvenuti nel corso del ’900 in Italia; il terremoto del Belice (15 gennaio 1968) e il terremoto di Messina e Reggio Calabria (28 dicembre 1908). Quest’ultimo è senza dubbio l’evento catastrofico di maggiore rilevanza del Novecento italiano, con i suoi 80 mila morti e le devastazioni profonde inferte in particolare alla città di Messina.
In questi giorni ricorreva anche l’anniversario del terremoto del 23 novembre 1980 in Campania e Basilicata, meglio conosciuto all’opinione pubblica come terremoto dell’Irpinia. Questi anniversari permettono di fare alcune considerazioni sul rapporto tra terremoti e storiografia; nell’opinione di alcuni storici che si sono occupati di questi temi, la storiografia delle catastrofi è relegata in un’area marginale rispetto ad altri temi di ricerca. I motivi che questi stessi storici hanno individuato sono la difficoltà di doversi rapportare con altre discipline scientifiche (Guidoboni), il fatto che un evento sismico o calamitoso ha quasi sempre una portata locale e quasi mai riguarda i destini di un’intera nazione o anche l’ “irrazionalità” di una catastrofe, che non permette di inserirla in alcun continuum temporale e storico (Bevilacqua).
Università in crisi: c’è anche Harvard
Gli effetti della crisi iniziano a riflettersi anche sul sistema universitario statunitense, investendo anche i centri di eccellenza finanziati con fondi privati.
Causa il crollo borsistico e le difficoltà economiche, le donazioni stanno calando e così, in una lettera indirizzata agli studenti e al personale, la professoressa Drew Faust, rettore di Harvard, ha ventilato il ricorso a politiche di rigore. (cioè di tagli).
Oltre ad Harvard, anche altre prestigiose istituzioni private si apprestano a fare lo stesso: in testa la Brown e la Cornell, che già hanno annunciato il congelamento degli stipendi.
Anche se non è minimamente comparabile con quella di alcuni atenei nostrani, la crisi porterà inevitabilmente ad una attenuazione, se non alla fine, del costante (e criticato) aumento esponenziale delle voci di spesa nella cosiddetta Ivy League, ovvero tra le otto più importanti Università private degli Stati Uniti (Brown, Columbia, Cornell, Dartmouth, Harvard, Princeton, Penn, Yale).
Tempi duri per l’insegnamento e la ricerca. Anche nei salotti buoni.
L’Università è in crisi (come il Liverpool)
I read the news today oh, boy
Four thousand holes in Blackburn, Lancashire
And though the holes were rather small
They had to count them all
Now they know how many holes it takes to fill the Albert Hall
A Day in the Life
(Lennon-McCartney)
Emissioni killer
Il 29 ottobre del 1948, la cittadina di Donora, in Pennsylvania, restò per cinque giorni sotto una pesante cappa di nebbia mescolata alle polveri inquinanti prodotte da un vicino stabilimento chimico. Ben presto, le fasce più deboli della popolazione, soprattutto anziani e bambini, mostrarono difficoltà respiratorie. Al culmine dell’emergenza, le autorità sanitarie locali decisero in via precauzionale di ordinare l’evacuazione di coloro che soffrivano di patologie delle vie aeree. Per alcuni fu troppo tardi. Si contarono infatti venti vittime, cui si aggiunsero altre 7.000 persone con gravi danni alla salute.
Il disastro di Seveso tra ecologia e politica
Con uno stringato articolo pubblicato sulle pagine milanesi del Corriere della Sera di sabato 17 luglio 1976, l’opinione pubblica veniva informata per la prima volta in modo preciso su quanto era avvenuto una settimana prima nel reparto B dello stabilimento Icmesa di Meda, Era l’inizio del dramma di Seveso.
Bruno Ziglioli ricostruisce qui i giorni della diossina e ciò che ne seguì, eventi che rappresentarono un vero punto di snodo per il nostro paese ma anche per la legislazione europea. Tra ecologia e politica




