Tau Zero

Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?

Archivio per la categoria ‘depressione

A Canossa

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Il 12 agosto scorso, Bill Emmott commentò la situazione economico-finanziaria (che come il Titanic era già in rotta di collisione verso il proverbiale iceberg) dipingendo i pessimisti come tante petulanti cassandre. “Macché crisi e crisi”, scriveva allora.

A distanza di qualche mese, Emmott torna su quelle affermazioni con l’animo contrito ma finalmente sollevato del penitente. “Mi sono sbagliato”, “le mie previsioni erano esageratamente ottimistiche”, dice oggi. Ma poi lascia comunque aperta la porta alla speranza: la recessione c’è ma aspettiamo a fasciarci la testa.

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sabato, 3 gennaio 2009 alle 9:31 am

Cinquanta piccoli Hoover

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La depressione che seguì al crollo di Wall Street fu anche il frutto delle decisioni dell’amministrazione Hoover, che intervenne tardivamente – e male – per risollevare l’economia americana in ginocchio. Fortunatamente, dice Paul Krugman, la presidenza Obama ha promesso un deciso interventismo. C’è però un problema: la pervicace resistenza dei cinquanta governatori, alle prese con le esigenze di bilancio dei loro Stati.

Cinquanta  emuli di Hoover che rischiano di vanificare sul nascere gli sforzi del nuovo corso democratico.

A lezione dagli ammutinati

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Nel 1931, i marinai della HMS Hood, nave da guerra fiore all’occhiello della flotta di sua maestà, insieme agli altri marinai della base navale di Invergordon, in Scozia, si ammutinarono. I futuri (sfortunati) eroi della “caccia alla Bismarck” e i loro commilitoni chiedevano al governo provvedimenti urgenti, in primo luogo a tutela dei salari e delle loro paghe, per fronteggiare la gravissima crisi economica.

Scritto da tauzero

lunedì, 29 dicembre 2008 alle 10:06 am

Better be good

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President-elect Barack Obama, riding a wave of revulsion over what conservatism has wrought, has said that he wants to “make government cool again.”

Before Mr. Obama can make government cool, however, he has to make it good.

Paul Krugman, oggi

Scritto da tauzero

sabato, 27 dicembre 2008 alle 11:25 am

Una storia di Natale

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America, 1933: il paese è in piena depressione. A poche settimane dal Natale, uno dei più neri nella storia degli Stati Uniti, un giornale di Canton (Ohio) pubblica uno strano annuncio nel quale si chiede ai cittadini in difficoltà di descrivere in una lettera la loro vita e le loro difficoltà. In cambio,  il suo autore, che si firma Mr. B. Virdot, un nome che nessuno in città ha mai sentito, promette  aiuto.

Le lettere, a centinaia, arrivano. Dopo un po’, il misterioso inserzionista annuncia di aver scelto 75 famiglie bisognose. E, inaspettatamente, giungono anche i soldi . Ted Gup racconta qui la curiosa (e natalizia) storia di Mr. B. Virdot, benefattore sconosciuto di Canton, Ohio.

Scritto da tauzero

lunedì, 22 dicembre 2008 alle 9:40 am

Una task force per il ceto medio

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Nel 2003, Reset pubblicò un articolo di Paul Krugman dal titolo emblematico: Requiem per la gloriosa classe media. Nel segnalare l’aumento della diseguaglianza negli Stati Uniti, Krugman sottolineava nel contempo la perdità di centralità del ceto medio: “L’America in cui sono cresciuto, quella degli anni cinquanta e sessanta” – scriveva – “era una società costruita sul ceto medio, nei fatti e nei sentimenti“. Quarant’anni dopo, era il senso di quell’articolo, non era più così.

L’anno dopo, Michael Lind tornò sulla questione sollevata da Krugman, chiedendosi sull’Atlantic Monthly: “siamo ancora una nazione di ceti medi?“.

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Sognando Beckham

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David Beckham e Victoria Adams sono arrivati a Milano. Lui ha già dichiarato di aver “sempre sognato di giocare nel Milan” (anche se nella sua biografia non lo ha scritto, ma solo “per motivi di tempo e spazio”). Se giocherà o non lo deciderà Ancelotti. in ogni caso andrà quasi sicuramente al Grande Fratello. Lei è già in giro a cercar casa, palestra e a fare shopping.

Meno male che il calcio c’è.

Competitori cercasi

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The end of communism seems to have slightly unhinged America. We lost our two biggest ideological competitors — Beijing and Moscow. Everyone needs a competitor. It keeps you disciplined. But once American capitalism no longer had to worry about communism, it seems to have gone crazy.

Thomas Friedman, oggi

Scritto da tauzero

mercoledì, 17 dicembre 2008 alle 9:43 am

(Non) Datemi una D

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E’ stato solo a partire dal primo dicembre che gli Stati Uniti sono entrati, ufficialmente, in recessione. Adesso che le cose stanno ulteriormente peggiorando, scrive Justin Fox, i commentatori ricominciano a guardare alle crisi del passato alla disperata ricerca di chiavi di lettura (consolatorie) per il presente.

Il risultato è una vera apoteosi di date: dopo il ’29 e il ’73  ecco spuntare anche il ’58 e  l”81.  Quesi per esorcizzare i fantasmi del passato, si ricorre poi a mezze frasi o a giri di parole. Il tutto per cercare di evitare di scrivere o solo pronunciare quella parola tabù che comincia con la lettera D: depressione.

Scritto da tauzero

domenica, 14 dicembre 2008 alle 10:39 am

Larghe intese? L’anticamera del fascismo. Parola di Tony Benn

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Il grande vecchio del laburismo di sinistra, Tony Benn, replica sul Guardian ad un precedente articolo del deputato del Labour Frank Field che ha proposto, in caso di emergenza, di creare un National Government, in pratica un governo di “larghe intese” aperto ai Tories e a tutte le altre forze politiche.

Nel suo intervento Field, di fatto, riproponeva – aggiornata – la soluzione adottata nel Regno Unito nel 1931, quando conservatori, liberali e laburisti (anche se della componente che faceva capo a MacDonald) formarono un governo di unità nazionale per superare le difficoltà provocate dagli effetti della crisi del ’29.

Quella soluzione – dice Benn – fu una disgrazia perché non solo non risolse i problemi ma rappresentò una grave ferita per le regole democratiche, aprendo per giunta la strada a movimenti di ispirazione fascista come le camice nere – la BUF – di Oswald Mosley (fino a pochi anni prima l’enfant prodige proprio del Labour). Era sbagliata allora,  sarebbe sbagliata  oggi.

Sta arrivando: sedadavo?

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Allora, l’ISTAT ci informa qui che: l’indice della produzione corretto per i giorni lavorativi ha registrato in ottobre una diminuzione tendenziale del 6,9 per cento. Poi, rincara la dose, dicendoci qui che “nel terzo trimestre del 2008 il prodotto interno lordo (PIL), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2000, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è diminuito dello 0,5 per cento rispetto al trimestre precedente e dello 0,9 per cento nei confronti del terzo trimestre del 2007″. Insomma, siamo in recessione tecnica.

Il mostro è libero. Nervi salvi e, se serve, ansiolitici. Sedadavo?


Scritto da tauzero

mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 12:26 pm

Speriamo non sia una testa di morto

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Come si è detto in più di una occasione, una crisi può essere terribile, ma anche una irripetibile occasione di rilancio.

Domenico Siniscalco non nasconde qui la complessità della situazione.Ma lascia aperta la strada alla speranza. E cita Lao Tse, filosofo dell’antica Cina: «Ciò che per la crisalide è la fine del mondo, il mondo chiama farfalla».

Scritto da tauzero

martedì, 9 dicembre 2008 alle 11:21 am

La (vera) Generazione X

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I’ve been thinking a lot lately about Tom Brokaw’s book “The Greatest Generation,” that classic about our parents and their incredible sacrifices during World War II. What I’ve been thinking about actually is this: What book will our kids write about us? “The Greediest Generation?” “The Complacent Generation?” Or maybe: “The Subprime Generation: How My Parents Bailed Themselves Out for Their Excesses by Charging It All on My Visa Card.”

Paul Krugman, oggi

I

Scritto da tauzero

domenica, 7 dicembre 2008 alle 10:28 am

Non è una esercitazione. Ripeto. Non è una esercitazione

con 2 commenti

La pubblicazione del Rapporto Censis 2008 ha acceso – complici le catastrofiche notizie provenienti dal mercato del lavoro e dall’economia degli USA  – il dibattito sulle sempre più gravi difficoltà delle famiglie italiane. E mentre oltre Oceano si prospetta un Natale alla rovescia, la parola panico viene ormai pronunciata ad alta voce.

Eppure, assuefatta ai falsi catastrofismi da rotocalco televisivo e ai titoli sparati in prima pagina che parlano minacce mai concretizzatesi, una parte dell’opinione pubblica reagisce in modo contraddittorio. Butta gli ultimi risparmi sul Supernalotto. O sottovaluta l’entità della valanga in arrivo comprando l’ultimo modello di cellulare o emula lo stile “fratelli Vanzina” prenotando il primo last-minute diretto al caldo dei tropici.

Anche se forse non è (ancora) imprigionata nella bolla della paura, la maggioranza degli italiani si rifugia comunque nella “liquidità”. Fenomeno che una volta – prima che citare Bauman diventasse una moda – si chiamava buon senso. Riduce le spese superflue e sta alla finestra ad aspettare un segno di ripresa.

Quel che è certo è che la sindrome a suo tempo denunciata da Paul Krugman per la società americana, la fear of falling, cioè la presa di coscienza del ceto medio della propria vulnerabilità, ha trovato stabile collocazione anche nel nostro paese. Prepariamoci al peggio sapendo che, nei prossimi mesi, la situazione potrebbe diventare veramente complicata. Consoliamoci tenendo a mente che la storia non finisce qui. Ma anche che, d’ora in avanti, si cominicia a fare sul serio.

Questa non è una esercitazione. Accucciarsi e coprirsi.

Scritto da tauzero

sabato, 6 dicembre 2008 alle 12:24 pm

E a guidare l’opposizione finì Famiglia Cristiana

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E’ un tampone: come dare l’aspirina a un malato terminale. Servirà a poco, non farà ripartire i consumi, né ridurrà quella fascie di famiglie che non arriva a metà mese. La borsa, quella vera, quella colma di denaro, sarà a disposizione delle banche, che hanno bisogno di soldi freschi per i loro affari. La difesa del risparmio è solo un alibi, perché oggi in Italia, le famiglie non hanno più nulla da risparmiare. E per vivere si indebitano. Per non parlare di chi la spesa la fa  tra gli avanzi del mercato o nei cassonetti.

L’elemosina di Stato non modifica d’una virgola la distribuzione del reddito, non lo sostiene, non crea nuovi posti di lavoro. Le grandi opere, finanziate con 16 milioni di euro, sono un libro dei sogni, che nessuno ha aperto [...] La manovra è insufficiente, ci voleva più coraggio, soprattutto a sostegno delle famiglie, cenerentole d’Italia.
Tremonti ha inventato la
social card, poteva chiamarla “tessera del pane” (come Mussolini) o “carta della povertà”: era lo stesso. Almeno era più sincero. Si tratta di poco più d’un euro al giorno a famiglia. Impresa degna del “cesarismo” populista che ha trasformato i diritti in elemosine, come s’addice a sudditi più che a cittadini [...]. La social card è meno di quanto la gente ruba per fame nei supermercati [...]. Gli spiccioli di Tremonti non ripagano neppure il “furto per fame”. Andranno a un milione e 300 mila famiglie. Ma quelle che non mangiano un pasto normale sono 7 milioni e mezzo (dati Istat). Chi ha 800 euro di pensione è escluso.

La parola magica è bonus, cioè “carità”. Che è cosa buona, ma non deve farla lo Stato.

Famiglia Cristiana, oggi

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