Archive for the ‘crisi del 1929’ Category
Cinquanta piccoli Hoover
La depressione che seguì al crollo di Wall Street fu anche il frutto delle decisioni dell’amministrazione Hoover, che intervenne tardivamente – e male – per risollevare l’economia americana in ginocchio. Fortunatamente, dice Paul Krugman, la presidenza Obama ha promesso un deciso interventismo. C’è però un problema: la pervicace resistenza dei cinquanta governatori, alle prese con le esigenze di bilancio dei loro Stati.
Cinquanta emuli di Hoover che rischiano di vanificare sul nascere gli sforzi del nuovo corso democratico.
A lezione dagli ammutinati
Nel 1931, i marinai della HMS Hood, nave da guerra fiore all’occhiello della flotta di sua maestà, insieme agli altri marinai della base navale di Invergordon, in Scozia, si ammutinarono. I futuri (sfortunati) eroi della “caccia alla Bismarck” e i loro commilitoni chiedevano al governo provvedimenti urgenti, in primo luogo a tutela dei salari e delle loro paghe, per fronteggiare la gravissima crisi economica.
Una storia di Natale
America, 1933: il paese è in piena depressione. A poche settimane dal Natale, uno dei più neri nella storia degli Stati Uniti, un giornale di Canton (Ohio) pubblica uno strano annuncio nel quale si chiede ai cittadini in difficoltà di descrivere in una lettera la loro vita e le loro difficoltà. In cambio, il suo autore, che si firma Mr. B. Virdot, un nome che nessuno in città ha mai sentito, promette aiuto.
Le lettere, a centinaia, arrivano. Dopo un po’, il misterioso inserzionista annuncia di aver scelto 75 famiglie bisognose. E, inaspettatamente, giungono anche i soldi . Ted Gup racconta qui la curiosa (e natalizia) storia di Mr. B. Virdot, benefattore sconosciuto di Canton, Ohio.
Sessantotto, Ventinove, Tombola.
Corsi e ricorsi Se ne era già parlato qui qualche tempo fa. Il vicedirettore del Corriere Dario Di Vico (del resto, chi meglio di lui?), ritorna sul facile – e sovente ingannevole – gioco delle analogie.
Mo’ me lo segno proprio.
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“L’Era della prosperità è finita“, ribadisce oggi sul Wall Street Journal Arthur B. Laffer, già autorevole consigliere dell’amministrazione Reagan, riprendendo il titolo di un suo libro.
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Vittorie di Pirro
Alle elezioni del 1931, in piena depressione, il partito laburista propose nel suo programma la nazionalizzazione delle banche. Fu un disastro. Perse le elezioni e rimase confinato all’opposizione per quasi un quindicennio.
Oggi, al Labour di Gordon Brown è riuscito quello che non riuscì al Labour di allora. Anche se, scrive Graham Stewart sul Times, le “nazionalizzazioni” sono state realizzate per motivi esattamente opposti rispetto a più settant’anni fa. Allora i banchieri furono giudicati troppo conservatori. Oggi troppo poco.
Più buonsenso, meno cretinismo
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Sulle pagine di Newsweek, Francis Fukuyama, si cimenta lungamente sull’implosione del mercato finanziario USA e soprattutto sulle ripercussioni nel breve e medio periodo. |
I prodotti di maggior successo esportati dall’America a partire dagli anni Ottanta – scrive – erano le idee.
Idee-guida come il capitalismo in versione reaganiana e la diffusione della liberaldemocrazia nel mondo. Idee che, secondo Fukuyama, avevano rappresentato per l’America Inc. altrettanti marchi di successo. E che ora mostrano di avere il fiato corto.
E io speculo coi tulipani
Alle 18.00 comincia il Giudizio Universale
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Pochi giorni fa, in California, un ex analista finanziario quarantacinquenne di origini asiatiche, Karthik Rajaram, ha sterminato la propria famiglia, moglie, figli e suocera, e poi si è suicidato.
In un biglietto ha scritto di disoccupazione e di investimenti andati male. |
Probabilmente la crisi dei mercati entra solo incidentalmente in questa vicenda. Ma per molti, la storia di Karthik, quei corpi coperti da un lenzuolo bianco, legati sulla barella di un coroner e che escono da una bella casa, con il prato falciato e macchine costose parcheggiate in fondo al vialetto, rappresentano un po’ il simbolo della fine del sogno americano.
Luca, 15:23
In principio fu Von Hayek. Poi vennero la Thatcher, Reagan e i loro eredi. Poi è giunto il tempo i derivati, del gioco in borsa poi trasformatosi nel gioco del cerino acceso. Quindi il crollo.
Ora la via dell’intevento pubblico pare non conduca più alla schiavitù. E lo Stato pare essersi trasformato da opprimente Leviatano a gigante buono. Pare sia tornato lo Stato protettore.
Uccidiamo il vitello grasso?
E un asteroide sta per colpire la Terra
Dopo il crollo in borsa, il cielo che ci cade sulla testa? In una sorta di imbarazzante gioco al rialzo, alcuni giornali stanno fornendo ampio risalto all’impatto tra l’asteroide 8TA9D69 e il nostro pianeta. Nel leggere titoli come “un asteroide sta per caderci addosso” il pensiero corre immediatamente a film apocalittici come Deep Impact o Armageddon, alla fine dei dinosauri e a scenari di estinzioni di massa. Poi si scopre che il “macigno” è di quattro metri di diametro e finirà polverizzato a contatto con l’atmosfera.
Domani il sole sorgerà ancora, il gioco del cerino in atto sui mercati internazionali potrà allegramente continuare a dare i suoi frutti. E soprattutto, nessun Bruce Willis si immolerà per la salvezza del genere umano.
Beware doll, you’re bound to fall. E la Borsa crollò (ancora)
Stereotipi, cinesi e ricerca della Felicità
L’Italia è una delle nazioni più razziste e intolleranti al mondo. I suoi abitanti giudicano le altre etnie sulla base di apparenze e pregiudizi. Del resto, che cosa ci si poteva aspettare da un branco di untuosi e sporchi dongiovanni?
Pechino festeggia Zhang Tong, il primo astronauta cinese inviato nello spazio. Senza essere incatenato al razzo.
Gli Stati Uniti sono stati fondati nel 1776 sulla base di tre diritti inalienabili: la Vita, la Libertà e l’ostinata, pervicace ricerca della Felicità. Anche a prezzo della vita e della libertà.
Lo scrive The Onion.
Potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere
| Niall Ferguson su Time.com si interroga sulla fine della prosperità e torna sui parallelismi tra la crisi del 1929 e quella attuale. Paul Krugman, invece, spiega sul NY Times perché, secondo lui, siamo sull’orlo dell’abisso. Giovanni Sartori scrive sul Corriere l’epitaffio per al buon senso, soppiantato dal “dementismo”. |
Insomma, non prendete impegni per il fine settimana.
Una società preparata alle crisi. Peccato siano sempre quelle precedenti.
“Perchè siamo sempre, sistematicamente, in ritardo di una crisi?”.
Questo interrogativo, emblematico dei limiti di fondo della macchina per la gestione delle emergenze, campeggiava su uno dei rapporti ufficiali redatti all’indomani dell’uragano Katrina.
Due tra i maggiori esperti di tematiche del rischio Patrick Lagadec e Xavier Guilhou propongono su Le Figaro una breve analisi comparata delle crisi recenti, da quelle finanziarie a quelle tecnologiche e climatiche.
E pongono la questione della elaborazione di risposte comuni per rispondere, presto e bene, ad un mondo in continuo (e rapido) mutamento.


