Navigando alla cieca (Per andare dove dobbiamo andare per dove dobbiamo andare?)
Ci troviamo all’interno di uno spazio instabile in cui non c’è più una regola del gioco in senso proprio: la prospettiva lineare del tempo, la prospettiva della storia non funziona più. Al suo posto – paradossalmente – c’è un curiosa reversione delle cose, che agiscono forse in modo tale che – essendo andate oltre, trovandosi in una sorta di vuoto di senso e di scopo, di vuoto della fine – tutto si realizzi sulle loro proprie tracce per potersi a loro volta cancellare [...].
Siamo in uno stato completamente paradossale che si traduce, credo in una paura, una specie di panico collettivo nei confronti di questa situazione in cui tutto è già stato, in cui le utopie sono già state realizzate, in cui viviamo all’interno di una disillusione totale.
C’è una forma di vertigine retrospettiva che ci fa rimettere i piedi nelle orme della storia, che ci fa ritornare sulle nostre proprie tracce, una specie di percorso a ritroso verso un’origine introvabile. Ciò è facilmente verificabile oggi: c’è dappertutto la preoccupazione dell’origine, di scoprire da dove arriviamo fino al big bang originario, di ritrovare il punto zero, di sapere da dove siamo partiti per capire dove siamo arrivati, o piuttosto dove non siamo arrivati [...]
Bisogna munirsi di qualche precauzione per andare a ripercorrere gli stadi anteriori e provare poi a correggerli, a “imbiancarli”. Siamo in una fase di “imbiancatura” intensa, di revisionismo, e ho la sensazione che si vada a fare la stessa cosa con la storia, vale a dire riprendere tutti gli avvenimenti violenti, gli omicidi, per correggerli, per farne dei processi o per rimettere i contatori a zero, per ripartire non so verso quale altra storia.
E’ proprio questo che chiamo “illusione della fine”: nella misura in cui non possediamo più fine, in effetti, crediamo e speriamo che le cose vadano a finire, perché se giungessimo a trovare la fine vorrebbe dire che niente è stato, che nessuna cosa ha avuto luogo perché qualsiasi cosa essa sia si è di fatto conclusa; e quindi più niente potrebbe avere un proprio luogo, più niente riuscirebbe a trovare il proprio scopo, il proprio obiettivo, al propria fine. E dunque si arriva a dire semplicemente, come oggi è normale e consueto sentire, che tutto è un po confuso [...]
Se potessimo dimostrare il passato, avremmo ancora dei diritti sul futuro. La memoria diventa però sempre più impalpabile: viviamo in una società “senza memoria”, ci serviamo sempre più di memorie artificiali, di computer, e sempre meno della memoria vivente di ciò che ha effettivamente avuto luogo; e così, improvvisamente, abbiamo sempre meno prospettive possibili..
Il problema origine-fine, vale a dire la linearità e la continuità delle cose che ci permetterebbe di individuarne il senso, è esattamente ciò che in qualche modo ci sfugge. E’ una strana sensazione quella di vivere questa specie di ritorno al passato, in cui si vedono i grandi avvenimenti della nostra epoca quasi “imbiancati”.
Questo non significa che la storia sia un ciclo o il ritorno di un ciclo, perché la storia non è una eternità che si riproduce. Non si tratta nemmeno di una regressione, perche questo vorrebbe dire che la storia è lineare, una progressione: non siamo più all’interno di un tempo lineare, siamo forse all’interno di un tempo un po’ caotico dove esistono delle ricorrenze e delle turbolenze. Ma non si tratta però certamente di un tempo ciclico: il tempo lineare, quello continuo e proiettivo della storia tradizionale, non c’è più.
Non esiste più una definizione di cosa sia la storia – forse per il fatto che la storia non è poi così vecchia da poterne possedere una – e bisogna rendersi conto che le sue basi teoriche contano solo pochi secoli di vita. Forse quei postulati – per quanto recenti – hanno smesso di esistere, e da questo momento in poi è stato messo in atto qualcos’altro, vale a dire una perdita di polarità del tempo, una forma di accelerazione [...].
Che sia per accelerazione o per inerzia, quindi, la storia fa molta fatica a raggiungere il senso della propria esistenza: essa può esistere solo se ci sono nel contempo un’energia e una volontà storica, una possibilità di rappresentazione della storia, ed è questo che ci sfugge oggi.
Gli elementi che formano la storia – ivi compreso il racconto che se ne può fare, perché non c’è storia senza racconto, senza possibilità di narrarla – ci sfuggono perché l’informazione si impossessa troppo rapidamente di ciò che accade e passa sempre di più per il tramite dell’immagine, nemmeno per quello del testo o delle memorie scritte: è troppo fugace, troppo volatile, e ciò la diluisce in uno spazio che non è più il nostro.
Jean Baudrillard
Al di là della fine (2002)
in Patafisica e arte del vedere
Firenze, Giunti 2006
pp. 13-17.



